lunedì 20 aprile 2015

Le " masche " piemontesi






La masca è una strega o fattucchiera del folclore piemontese.
Il termine piemontese, di etimologia incerta, è diffuso nel Roero, nelle Langhe, in Astesana, nel Biellese e nel Canavese, nelle Valli Cuneesi e anche nell’Alessandrino. Il termine trae origine dal longobardo masca e compare per la prima volta in un testo scritto nell’Editto di Rotari (643 d.C.) col significato di strega: «Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit». Indica l’anima di un morto (da cui anche il significato meno comune di “spirito soprannaturale”), o dall’antico provenzale mascar, borbottare, nel senso di borbottare incantesimi.
Le masche sono una figura di rilievo nel folclore e nella credenza popolare piemontese: generalmente sono donne apparentemente normali, ma dotate di facoltà sovrannaturali tramandate da madre in figlia
 o da nonna in nipote, o per lascito volontario ad una donna giovane.
Secondo la tradizione, i poteri delle masche comprendono l’immortalità ma non l’eterna giovinezza
o la salute: sono quindi vulnerabili e soggette alle malattie e all’invecchiamento.
 Quando decidono di averne abbastanza di questa vita, per poter morire devono trasmettere i poteri
ad un’altra creatura vivente, che spesso è una giovane della famiglia, ma alcune volte può essere
un animale o un vegetale.
Le masche hanno il potere della bilocazione e della trasformazione in animali, vegetali o oggetti.
Possono far uscire l’anima dal corpo e volare immaterialmente nello spazio, mentre non possono farlo fisicamente; poiché durante il volo magico il corpo resta incustodito ed inanimato,
l’attività delle masche è quasi esclusivamente notturna.









Le masche sono presenti in diverse culture delle valli piemontesi. La loro origine è da ricondursi a quella relativa alle streghe. Nelle millenarie culture pre-cristiane di origine celtica e longobarda esistevano radicati elementi magici che condizionavano la gravosa vita della popolazione montanara. Le masche potevano essere donne particolarmente emancipate, che tentavano di elevarsi dal contesto sociale che le privava di molte opportunità, applicando le loro conoscenze nella primitiva medicina e nella vita spirituale.

Una masca poteva essere una donna che conosceva le erbe e sapeva preparare infusioni dal sicuro effetto, oppure praticare riti magici e oscure maledizioni.
Le masche da un lato venivano interpellate dalla gente perché, credendole dotate di poteri magici,
avrebbero potuto guarire malanni, allontanare oscuri presagi, difendere da malocchi e dannazioni,
 propiziare una stagione favorevole. D’altra parte, per via delle loro pratiche,
 potevano anche venire guardate con sospetto o timore, ed essere accusate di danni e sventure.









Con l’avvento del Cristianesimo questi elementi magici, propri di millenarie culture di origine celtica e longobarda, vennero sfruttati dalla nuova religione per radicarsi con maggiore effetto tra la popolazione, epurandoli dai componenti blasfemi. E fu proprio allora che la paura e la persecuzione delle masche si acuì. Le masche vennero individuate in tutte le donne un po’ diverse, esperte in erbe e pratiche magiche, a volte malate o semplicemente ostili all’omologazione sociale. Le masche, accusate di fare la fisica – una sorta di fattura maligna e pericolosa, una stregoneria – si dovettero sovente nascondere o ritrovare in luoghi di cui la gente portò sempre timore, luoghi già magici o spettrali, di cui si tramandarono fiabe e leggende. Luoghi come il Roc d’le Masche, appunto.








Durante l’Inquisizione la persecuzione delle masche e la paura indotta dalle istituzioni nei loro confronti raggiunse l’apice. Ci furono esecuzioni e torture, molte donne furono impiccate, decapitate o arse vive.
 Per numerose persone fu sufficiente qualche affermazione che potesse destare il sospetto
 di comportamenti non ortodossi per decretarne la condanna o comunque l’etichettamento
 di masca.
Sostenuta anche da paure e superstizioni, la religiosità divenne un’ancora solida nella vita della gente.
 Eccone ad esempio traccia nei numerosi santuari e piloni votivi disseminati un po’ ovunque in montagna. Oltre alla funzione strettamente religiosa servirono per proteggere i viaggiatori dalle minacce
incombenti delle masche.








 Minoritarie rispetto alle masche “domestiche”, esistono anche masche “sovrannaturali”,
 spiriti antichi della Natura e dei boschi che sfuggono l’umano consesso per quanto loro possibile,
e che diventano vendicative e spietate quando disturbate nella quiete del loro habitat consueto.
Questo tipo di masche, pur essendo incorporeo, assume gli aspetti più svariati quando deve rapportarsi agli uomini: o donna vecchia e brutta, o, per contro, giovane bellissima, o animale selvatico etc. etc.
Rispetto alle masche “domestiche” hanno un potere più grande nel controllo del clima:
possono dominare gli elementi e scatenare bufere, grandinate, temporali, nebbie o siccità prolungate.
Al contrario delle streghe, le masche piemontesi non hanno commercio col demonio
e non praticano il Sabba; per contro, non sono nemmeno condizionate, intimorite o controllate dall’elemento religioso; anzi, le masche “domestiche” frequentano la chiesa, vanno a messa e ricevono
i sacramenti come tutte le altre donne della comunità, resta il fatto che poi quasi tutte la leggende
 ( soprattutto nel biellese ) narrano di convegni con il Diavolo...








In alcune località, soprattutto tra la bassa Langa e l’Astesana, accanto alle masche esistono anche i “masconi”, sia pure in numero esiguo. Questi “masconi” hanno ricevuto i poteri casualmente
da una masca in fin di vita, ma non lo possono trasmettere ad altri: ciò spiegherebbe perché le masche appartengono al sesso femminile nella stragrande maggioranza dei casi. Saltuariamente alcune masche o alcuni masconi, oltre ai poteri, dispongono anche del libro del comando, un testo contenente varie formule e incantesimi che ne rafforzano i poteri.
Ad esempio si racconta di masche o masconi che sfogliando il libro del comando in un
 verso o nell’altro potevano leggere il futuro o il passato.
Ancor oggi è di uso comune in Piemonte commentare scherzosamente la caduta “soprannaturale” (accidentale) di oggetti (ad esempio una forchetta che cade dalla tavola), o la temporanea “scomparsa” di oggetti che si ritenevano a portata di mano con l’espressione “A j son le Masche” .








È in questa mescola di credenze, fede e superstizione che si tramandano fiabe e leggende,
di tradizione orale, mutevoli negli anni.
Vonzo è un ottimo esempio di questa cultura, i pochi vecchi rimasti ancora ricordano... Il paese di Vonzo è molto antico. Chi ha occasione di visitare il Museo della Montagna può notare come questo nome
 compaia in cartine del XIV secolo, quando spesso non è citato nemmeno Chialamberto,
 che è oggi il centro principale e Comune. Vonzo infatti giace in una conca molto assolata,
a circa 1200m di quota e invisibile dalla valle. Sarà per questo, si dice, che qui hanno trovato ospitalità da sempre le genti più perseguitate, in cerca di rifugio. Tra le quali, ovviamente, le vere o presunte
 masche, protagoniste di numerosi aneddoti e racconti. Eccone alcuni esempi.
Le masche avevano una notte della settimana preferita per uscire e incontrarsi, praticare i loro riti magici e sabbatici. Era quella del venerdì: in questa notte era bene evitare con cura di uscire dai sentieri segnalati, lontano da santuari e luoghi non benedetti. Stesso discorso per la notte fatata del primo novembre,
 notte in cui le anime dei morti prendevano il volo e le masche si intermediavano con esse,
rafforzando il proprio potere. Si usava, prima di andare a dormire, lasciare sul tavolo un piatto colmo di castagne bollite e già pelate, in modo che le anime dei defunti potessero saziarsi compiaciute senza importunare i vivi. Trovarsi da soli la notte del primo novembre nei sentieri tra i boschi che univano i solitari villaggi alpestri poteva davvero essere pericoloso: non erano sufficienti i numerosi piloni votivi e la più ferrea delle fedi per tenere lontani spettri e masche.









Una fiaba racconta di una persona che si trovava la notte del primo novembre a dover percorrere da sola il sentiero che collegava Vonzo a Chialamberto. Solamente la difesa di un’anima della propria famiglia, che passava di lì per caso, e qualche preghiera presso i numerosi piloni votivi sui lati del sentiero gli consentiva infine il ritorno a casa, tra innumerevoli sentori di oscure presenze, masche e visioni che si animavano nel bosco durante il viaggio.
C’è da dire che non tutti gli spiriti erano cattivi. Ad esempio, lo spirit-fulét si divertiva a combinare innocui scherzi, come muovere i tetti di lose per non lasciar dormire, imbrattare le maniglie delle porte o i muri di pece. Non era cattivo, se nessuno osava interferire con il suo lavoro, altrimenti…
Le masche invece ogni tanto erano davvero cattive. Si dice che una volta rapirono un bambino di Candiela e lo portarono in cima a una acuminata roccia nei ripidi pendii sotto il Soglio (un piccolo insieme di case ad est di Vonzo). Si riunì un gruppo di coraggiosi che tutta la notte seguì le urla del bimbo, senza trovarlo. Solo la mattina dopo, quando la masca svanì, fu possibile individuare la roccia prima occultata da un tenebroso sortilegio. Il bimbo raccontò che tutta la notte una donna vestita di nero, muta, restò con lui regalandogli di tanto in tanto alcune caramelle, per poi sparire sul fare del giorno.
Ma tra le fiabe, la più famosa fu quella che ebbe come oggetto proprio il Roc d’le Masche e il suo magico trasporto fino a Lanzo per soddisfare una bravata ai danni del Diavolo.








Oggi le masche non ci sono più. Gli alpeggi son stati quasi tutti abbandonati e Vonzo è diventato un villaggio turistico. Nessuno si riunisce più nelle stalle la sera per raccontare fiabe, confortevoli carrozzabili uniscono tutti i paesi e gli antichi sentieri non sono più praticati, men che mai di notte. Il Roc d’le Masche è solo una grossa pietra dai curiosi incavi e dalla mole imponente.
Eppure, ancora oggi, qualcuno giura, il venerdì notte, di  aver avvisto…









LE MASCHE PIU’ FAMOSE

Sabrota

In un piccolo paese dell’astigiano, si ricorda ancora la famosa Sabrota, una strega del luogo che per la sua statura era detta “la Longia”. Brutta come solo le streghe sanno essere brutte, Sabrota la Longia è ancora viva nella tradizione del paese, anche se, naturalmente, nessuno sa dire in quale epoca sia vissuta. Dedita ai sabba, pratica di erbe e di filtri, esperta di ogni diavoleria, Sabrota si reca spesso su una radura dove convergono anche le altre masche della valle. I montanari sostengono che sotto quegli alberi avvengano feste infernali e ricordano d’aver trovato molte volte alcuni ciuffi di capelli, un segno evidente delle streghe. Anche Sabrota la Longia si trasforma in gatto: un soldato, di chissà quale epoca, mentre attraversa i boschi del paese in una notte buia viene assalito da un gattaccio dal pelo irto e dagli occhi di brace. L’uomo non si lascia vincere dalla paura e, sfoderata la spada, colpisce il felino a una zampa. Un miagolio straziante e l’ animale scompare. Il giorno dopo il medico del paese deve andare a curare Sabrota la Longia d’una ferita da taglio al braccio.

Naturalmente ognuno la detesta, anche se la teme e pensa che tutti i mali del paese siano da incolparsi alla sua presenza. La strega getta il malocchio: un uomo, venuto a lite con lei per questioni di interesse, la trascina in giudizio e riesce a farla condannare; qualche giorno dopo il primo dei suoi tre figli muore d’un male misterioso e nel giro di poche ore lo seguono i fratelli. Il padre, disperato e armato d’ un falcetto, si reca da Sabrota per vendicarsi, ma nell’atto stesso in cui cerca di colpirla cade a terra tramortito. Quando riprende i sensi è fuori di sé, dà in smanie, è stralunato: si crede un cane e corre per la campagna abbaiando, si crede un vitello e muggisce. Soltanto il prete con i suoi esorcismi riesce a salvarlo. Quando la strega muore gli uomini del paese rifiutano di portare la bara al cimitero. Nessuno osa avvicinarsi; infine tre uomini, decisi a liberarsi da quella dannazione, provvedono al trasporto, ma durante il tragitto si accorgono che la bara è stranamente leggera. Giunti al cimitero la schiodano: è vuota!








Micillina

Figura a metà tra la storia e la leggenda, compagna di Sabrota la Longia, è invece una celebre strega di cui ancora oggi si narra nelle campagne dell’astigiano: la masca Micillina, nativa di Barolo e maritata a Pocapaglia. La sua storia rientrerebbe nei processi per stregoneria, ma la tradizione ne ha talmente trasfigurato i contorni da dover essere annoverata tra le leggendarie masche piemontesi. Vissuta a metà del Cinquecento, Micillina fu effettivamente bruciata come strega dopo un regolare processo. Su di lei vivono ancora molte leggende: uccideva gli uomini fulminandoli con lo sguardo, deformava i bambini, gettava il malocchio, compiva fatture su uomini e animali. Un giorno, mentre discorreva sulla porta di casa con alcune vicine, aveva toccato sulla spalla una bambinetta: il giorno dopo alla giovinetta era cresciuta la barba. In un’altra occasione si vendicò di un ragazzetto del paese che, al suo apparire, preso da comprensibile paura, era scappato: nella fuga il bambino era caduto e quando si era rialzato aveva un piede rivolto in avanti e l’altro indietro.

Il marito, un onest’uomo, lavoratore e stimato da tutti, era in preda alla disperazione: mai avrebbe immaginato d’aver sposato una masca, né i suoi sistemi correttivi, piuttosto energici, servirono a molto. Vedendo che le minacce non giovavano e che la moglie persisteva nelle sue pratiche occulte, decise di scacciarla da casa, dopo un’ultima bastonatura. Micillina vagava pensierosa per la campagna tra Pocapaglia e Bra, pensando a come vendicarsi e infine chiamò il diavolo in suo aiuto. Satana non si fece attendere, apparendo sotto le sembianze d’un cavaliere vestito di nero e la strega gli confidò di volersi liberare di quel marito tanto incomodo.

Fu presto accontentata: il cavaliere nero tracciò sul terreno, senza proferire parola, un ampio cerchio e le ordinò di mettervi dentro un piede, disegnò strane figure nell’aria e pronunciò certe formule magiche. A questo punto Micillina era ormai compagna del diavolo e Satana le disse che poteva vendicarsi. La strega non indugiò, la sua vendetta fu semplice, poco faticosa: si recò al campo Baudetto dove il marito era intento alla raccolta delle mele, diede una scrollatina all’albero su cui l’ uomo era arrampicato e divenne vedova.

Non convolò, fortunatamente, a nuove nozze. Libera dalle pastoie coniugali, Micillina poté dedicarsi alle sue arti, divenendo ancora più abile nei suoi malefici e tutto il paese la temeva, nessuno però osvaa denunciarla. Il suo odio si rivolse sul fornaio del paese, dopo che lo ebbe ammaliato. A quei tempi il forno era comune e il fornaio passava ogni giorno nelle case a prendere l’impasto da porre alla cottura: una mattina l’ uomo la chiamò per tre volte consecutive, Micillina non si fece vedere e la sua casa sembrava deserta. Finalmente comparve tranquilla e sorridente a dichiarare con semplicità che quando era stata chiamata per la prima volta si trovava ancora al ponte di Pavia, presso Pollenzo, dove aveva fatto morire un povero carrettiere, la seconda era vicino a Pocapaglia e alla terza chiamata aveva cominciato a impastare.

Poco dopo, sempre per i suoi sortilegi, anche il fornaio muorì. Quando però la masca deformò un bambino lasciato incustodito, esplose l’ira del paese e dovette intervenire la giustizia: arrestata e condotta sotto buona scorta alle carceri, Micillina confessò le proprie colpe al padre inquisitore e al podestà. Dopo aver fatto atto d’abiura e aver rinnegato i suoi legami con il diavolo, ricevette l’assoluzione dal padre inquisitore il quale le impose, secondo l’uso del tempo, una penitenza da farsi sia spiritualmente che temporalmente. La penitenza spirituale consisteva nell’andare sempre scalza fino alla morte, udire ogni giorno la messa, confessarsi e comunicarsi ogni settimana, digiunare ogni venerdì e sabato e non mangiare mai carne. La penitenza temporale consisteva nel dedicare interamente la propria vita a Dio.

Micillina se la sarebbe cavata forse con una buona dose di penitenze e onesti propositi, ma il braccio secolare fu meno indulgente. Temendo che tornasse alle sue pratiche, ammonito dalle precedenti esperienze, il giudice fu inesorabile: la strega venne condannata a essere impiccata, quindi bruciata e le sue ceneri sparse al vento.

Vuole la leggenda che mentre Micillina veniva condotta al supplizio si sentissero per l’ aria certi orribili miagolii e contemporaneamente il suolo eruttasse alcuni ingarbugliati di refe: voci misteriose invitavano Micillina ad afferarne un bandolo, ma la strega non poteva farlo, stretta com’era dalle catene e guardata a vista da un buon numero di guardie. Quei gomitoli erano gettati dalle streghe e dal diavolo.

Con la sua morte tuttavia non scomparirono le stregonerie; di Micillina era infatti scomparsa solo la parte corporea: il suo fascino e la sua magia rimasero, le sue arti passarono in eredità alle compagne che volevano vendicarla, mandando ogni disgrazia sui contadini di Pocapaglia.

Accaddero fatti misteriosi e terribili: vennero trovate molte chiocce disperse nei campi con miriadi di pulcini che invece del solito pigolio emettevano uno stridore simile a quello prodotto dalla lima del fabbro; per le campagne vagava un ragno viscido e immondo, di dimensioni enormi ma con zampe cortissime, che grugniva come un maiale e fuggiva a nascondersi tra le rocce e i rovi; i montoni diventavano mostri dalle corna smisurate, dal pelo irto e setoloso, e fischiavano come serpi.

Per i contadini non c’era dubbio che dietro tutti questi fenomeni ci fosse la presenza delle masche.

C’è poi un luogo, detto “Bric d’la masca Micillina”, cui non è consigliabile avvicinarsi troppo. E’ un grosso masso cosparso di macchie rossastre; qui, si dice, fu bruciata la strega e le macchie sono state prodotte dal suo sangue che nè la pioggia né il trascorrere del tempo hanno potuto cancellare. Quanto a Micillina, si crede che torni periodicamente sui luoghi delle sue gesta; talora appare sotto forma di gatta famelica, ululando però come un lupo.








Clerionessa

Anche nella storia di Clerionessa, vissuta a Giaveno nei primissimi anni del ‘300, realtà e leggenda si sovrappongono. Maga ed esperta in filtri d’amore, Clerionessa abitava nella torre, oggi detta “torre delle streghe”. Si racconta che un giovane di Giaveno si recò un giorno dalla strega, per farsi dare un filtro d’amore con il quale intendeva conquistare una ragazza. La ragazza bevve il filtro preparato dalla strega, ma morì. Clerionessa fu processata e condannata ad essere murata viva nella torre in cui era sempre vissuta. Trascorsero alcuni anni e finalmente un giorno fu aperta la stanza, dove doveva trovarsi il cadavere di Clerionessa: ma la stanza era vuota, la strega era diventata un fantasma, che ogni notte spaventava la gente con lamenti e ululati.








La Marchesa

Nel Canavese, nei dintorni di Crosaroglio, tra Forno e Levone, abitava ancora nel 1839 una vecchia masca detta “La Marchesa”, il cui vero nome è sconosciuto. Lei stessa dichiarava di essere in buoni rapporti con il diavolo, di leggere nel pensiero e di conoscere ogni pratica magica. Portava sempre al fianco un falcetto e sosteneva d’essere in grado, legandosi una fettuccia a una gamba, di percorrere in brevissimo tempo qualunque tratto di strada. Un giorno, tornando da Volpiano dove era andata a lavorare con altri del paese, disse di essere in grado di tornare a Crosaroglio prima degli altri. I compagni non le credettero e si fermarono a bere all’osteria. Giunti a Crosaroglio, la trovarono nell’orto intenta a zappare; alla gamba aveva ancora legata la fettuccia. Ormai prossima alla morte, la Marchesa cercò qualcuno che sciogliesse il legaccio che le stringeva la gamba; nessuno voleva aiutarla, ben sapendo che in quel modo il potere della strega si sarebbe trasferito sul malcapitato. Finalmente una sua cognata le slegò la fettuccia e divenne una strega.





( Fonti : Cai Lanzo
pagina fb Sei piemontese...)












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17 commenti:

  1. bello questo post. Interessante. Io ho sentito parlare solo di Micillina. Grazie per questa lettura.

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    1. Grazie a te, cara Roberta, per aver letto volentieri questo post...è un argomento su cui ci sarebbe tantissimo da scrivere.
      Un abbraccio e buona giornata.
      Antonella

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  2. Antonella, ho letto tutto ma abbastanza di fretta: ci tornerò presto.
    Argomento interessantissimo, tra quelli che maggiormente mi appassionano.
    A dopo!

    Moz-

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  3. Eccomi qui, Anto, per un commento più dettagliato.
    Bellissimo post, complimenti.
    Amo molto il folklore e le storie italiane, questi fatti tra leggenda, archetipo e verità.
    L'Italia ne è piena, da nord a sud. La maciara, la janara, le strie, e via dicendo. Non conoscevo nel dettaglio questa masca, ma a ben vedere è una figura sovrapponibile alle altre. Tutto il mondo è paese, specie in Italia.
    Complimenti!^^

    Moz-

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    1. Ciao Moz, grazie, mi fa veramente piacere che tu abbia gradito questo post, anche se ti devo confessare che me lo aspettavo, infatti mentre lo preparavo mi sei venuto in mente più volte. Sì, la masca penso sia sovrapponibile a tutte le altre streghe che invadono ogni paese d'Italia. Qui queste leggende si raccontano ancora oggi, a dire il vero si raccontano come realtà e facendo nomi e cognomi delle presunte " masche ". Ricordo che proprio l'estate scorsa, a casa mia, con alcune amiche d'infanzia, abbiamo trascorso una splendida mattinata tra caffè e storie di mistero.
      Un abbraccio.
      Antonella

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  4. Sì, grande post! Argomento molto interessante, mi piace il modo in cui si espone!

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    1. Grazie Leovi...sarebbe bello conoscere qualche cosa anche sulle vostre streghe spagnole!
      Un abbraccio.
      Antonella

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  5. Da noi c'era lo sprevengolo
    mezzo uomo e mezza bestia che di notte insidiava le signore.
    Ma quante tribolazioni ha dovuto passare la povera gente
    donne bruciate vive perchè si credeva che avessero poteri che potevano minare il potere della chiesa.

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    1. Ciao Massimo, è vero ci sono stati momenti dove davvero la ragione sembrava persa per sempre. Da noi queste storie si raccontano ancora e anche con un certo timore, sai del tipo " non ci credo, non è vero...però..." e spesso, ancora oggi, si arriva a fare nome e cognome delle presunte fatucchiere.
      Ciao, a presto.
      Antonella

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  6. Molto interessante!
    Ti auguro una serena e felice giornata.

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    1. Grazie!
      Serena giornata anche a te.
      Antonella

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  7. Ciao Antonella,
    un gran bel post, molto interessante!!
    Povere streghe...a me stanno simpatiche e Micillina e il povero marito mi incuriosiscono molto.
    Un abbraccione e buona giornata ;)

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    1. Ciao Audrey, è un argomento che ha sempre il suo fascino...Dovresti farci conoscere le vostre streghe Pugliesi, sarebbe interessante.
      Un bacione.
      Antonella

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  8. sono una Piemontese anche io, provengo da un paesino del Monregalese e conosco tante storie sulle "masche", racconti tramandati a me dai miei nonni, oppure letti su libri che parlano delle mie vallate
    Da noi le storie di "masche" si narrano ancora nelle feste del paese, magari dopo una bella merenda sinoira trascorsa con amici
    Valeria

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    1. Ciao Valeria, benvenuta! Anche qui le storie di " masche " si narrano ancora, affascinano sempre e lasciano sempre una leggera inquietudine!
      Felice di averti conosciuta, buona giornata.
      Antonella

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  9. Bellissimo post, molto interessante, sei molto brava nell'esposizione, nei dettagli, è un piacere seguire i tuoi racconti!
    Un abbraccio e buona serata da Beatris

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    1. Grazie Beatris, mi piace fare ricerche e poi cerco di comunicare al meglio quello che mi pare interessante.
      Un abbraccio.
      Antonella

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Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")