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mercoledì 4 luglio 2018

Ivrea Patrimonio dell'Unesco



E' il miglior tributo per i 150 anni dalla nascita di Camillo Olivetti, papà di Adriano, e per i 110 dell'azienda creata nel 1908 ad Ivrea. Il riconoscimento ottenuto due giorni fa dal centro industriale, già stabilimento Olivetti, di " Patrimonio Unesco " è un omaggio al passato glorioso di questo territorio.








Ma è un segnale incoraggiante anche per l'avvenire: senza poter certo ripristinare i fasti degli anni '50 quando Ivrea era cuore dell'innovazione in Occidente, questa sarà l'occasione di per avviare progetti di continuità con lo spirito imprenditoriale del grande Adriano. Trovando un equilibrio tra memoria e creatività, testimonianza e sperimentazione; e scongiurando i rischi dell'abbandono e della dimenticanza.








Al momento il sito di Ivrea presenta ben 38.000mq  vuoti ed inutilizzati, circa il 40% dell'intera metratura. In buona parte sono proprietà di privati, che possiedono il 97% dell'ex sito industriale: alcune aree sono state già riadibite ad uffici di compagnie telefoniche, aule universitarie, ristoranti, palestre; molte altre restano non sfruttate.
Allora che farci dopo la benedizione dell'Unesco?








Renato Lavarini spiega che all'interno della struttura nasceranno startup tecnologiche, coerenti con la visione olivettiana, , impegnate anche nell'elettronica e nell'informatica, e poi imprese ad impatto socio ambientale e filiali di aziende straniere.








La restituzione di Ivrea a polo produttivo dovrà coniugarsi al ruolo di museo di una delle avventure imprenditoriali più mirabili del '900. Oltre alle visite guidate che già esistono verrà realizzato un grande centro visitatori in cui raccontare attraverso filmati, documentazione fotografica, app, strumenti virtuali e anche con oggetti simbolo dell'azienda, come la Lettera 22 e il Programma 101, ossia il primo PC della storia, cosa sia stato il mito Olivetti.








Naturalmente tutto questo porterà una grande crescita a livello turistico e la ricaduta sull'indotto
sicuramente allettante.
Quanto invece Ivrea possa riacquisire a pieno l'originaria vocazione industriale è una domanda a cui è dura dare una risposta, un percorso che richiederà parecchio impegno da parte di tutti.: imprenditori, proprietari degli spazi, organo gestore del sito che nascerà a breve,, Ministeri della Cultura, dello Sviluppo economico e degli Esteri.








Le parole di Slvini che a Pontida ha citato Olivetti come riferimento nel pantheon leghista, fanno ben sperare su un impegno del governo in questo senso. E lasciano aperta la porta a un sogno: sarebbe il massimo portare ad Ivrea qualche creativo di Cupertino e trasformare di nuovo il canavese in una Silicon Valley tricolore.








Ma soprattutto sarebbe bello assistere all'alba del 2020, in occasione dei 60 anni dalla morte di Olivetti, a un'Ivrea risorta: il territorio che diede i natali al primo re d'Italia, Arduino, onorerebbe così al meglio il suo " re " novecentesco Adriano.






( Fonte Libero)
( Immagini dal web )
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venerdì 16 marzo 2018

Omaggio a Givenchy, il padre del tubino




" E' stato il mio grande amore platonico ", diceva il conte Hubert de Givenchy di Audrey Hepburn.
Lui, solo lui, fondatore dell'omonima Maison ( sinonimo di glamour francese ) è stato l'autore della trasformazione della fanciulla dagli occhi di cerbiatto in " Sabrina " in un'eterna icona di eleganza che cofessava alle amiche " Personalmente dipendo da Givenchy come le donne americane dipendono dal loro psichiatra ".








Sarto blasonato di donne famose come Jacqueline Kennedy, Onassis, Marella Agnelli, le principesse Grace e Caroline di Monaco, Grata Garbo, Marlene Dietrich, Elizabeth Taylor,  Lauren Baccal. Ma nulla a che vedere con il rapporto particolare che si creò con la Hepburn, diventata dal primo incontro nel 1953 ( lei aveva solo 24 anni ) la sua musa e fonte d'ispirazione.








Il loro sodalizio, l'Hepburn Givenchy'style , si consolidò nel 1961 con " Colazione da Tiffany " che lanciò nel mondo il tubino nero, l'intramontabile " little dress ", che nella versione sotto il ginocchio sarà uno degli abiti più iconici del '900.








Adesso quell'amore platonico con Sabrina in qualche modo si ricongiungerà. Lo stilista ha raggiunto la sua musa. Si è spento nel sonno all'età di 91 anni, nel suo castello rinascimentale alle porte di Parigi, tra le braccia del compagno, il designer di alta moda Philippe Venet. La maison nel dare la notizia su FB ricorda la grande personalità dell' haute couture francese " un gentiluomo che per oltre un secolo ha incarnato l'eleganza parigina. Sentiremo molto la sua mancanza ".








Scompare uno dei padri dei paradigmi dell'alta moda mondiale, vissuto e in piena attività negli anni in cui era attivo Cristobal Balenciaga, il suo mentore. " Da lui ho imparato che non bisogna barare, nella vita come nel lavoro; che è inutile un bottone a cinque buche quando ne bastano quattro, o un fiore in più". Come Giorgio Armani, Givenchy aveva un forte senso della misura, e nessuna voglia di " baracconate ", perchè l'eleganza non è attirare l'attenzione, ma è grazia nelle forme, ricercatezza dei tessuti, amore per il corpo femminile e maschile.








A soli 25 anni, era il più giovane direttore creativo di Parigi, e con Dior erano al centro della moda dell'epoca: l'uno pressava e delineava il corpo della donna in una silohuette elegante e precisa - il così detto " new look ", vita strizzata e gonna amplissima - Givenchy rivendicava abiti morbidi e comodi, finendo per diventare anche un simbolo della donna moderna, libera e insofferente alle imposizioni: " " Ho sognato una donna liberata - diceva - non più fasciata e blindata nei tessuti. Tutte le mie linee permettono movimenti svelti e fluidi, i miei vestiti sono vestiti reali, ultra leggeri, senza imbottiture e corsetti, sono indumenti che aleggiano su un corpo libero da lacci ".








Inventò il cappotto bombato tanto amato da Jacqueline Kennedy e nel 1958 il vestito baby doll, che cingeva le ascelle e proseguiva allargandosi. Le sue forme ad uovo fecero molto scalpore negli anni 50, così come il vestito a sacco, il mantello a collo avvolgente, l'abito a palloncino e quello a bustino.








Givenchy era nato da una famiglia aristocratica ( 21 febbraio 1927 ) suo padre ( che era marchese ) morì di influenza quando lui aveva 3 anni, e venne così cresciuto dalla madre e dalla nonna.  A 17 anni si trasferì a Parigi per studiare Belle arti e iniziò a disegnare abiti per stilisti francesi insieme ad altri che sarebbero poi diventati celebri come Pierre Balmain e Christian Dior; dal 1947 al 1951 lavorò con Elsa Schiapparelli, famosa per lo stile d'avanguardia.








Givenchy aprì la sua casa di moda nel 1952 nel quartiere di Plaine Monceau a Parigi e dedicò la sua prima collezione a Bettina Graziani, la più richiesta modella di quegli anni. Resta famosa la blusa Bettina. E l'anno successivo incontrò la Hepburn: " Mi chiese di disegnarle gli abiti per il suo seconfo film " Sabrina " con Humphrey Bogart, le risposi di no, ero impegnato. E lei mi invitò a cena. Figuriamoci, una donna che invita un uomo a cena. Ho accettato. A fine serata mi aveva conquistato e da aoolra non ho più smesso di vestirla ". L'attrice vestì sempre e solo i suoi abiti sia nella vita sia nei film che interpretava.








nel 1969 Givenchy aprì anche una linea maschile; poi nel 1988 l'azienda fu acquistata dal gruppo LVMH per 45 milioni di dollari dell'epoca.
Hubert de Givenchy si ritirò nel 1995, la sua ultima collezione fu quella dell'autunno - inverno 1995- 96; il suo posto fu preso per un anno dal britannico e stravagante John Galliano, seguito, per 5 anni, da Alexander McQueen, da Julien Macdonald, e poi da Riccardo Tisci che si è dimesso nell'autunno 2017 e il suo posto è stato preso da Waight Keller.





( Fonte Daniela Mastromattei, Libero )

martedì 13 febbraio 2018

Racconto in Inverno





Fuori dalle mie finestre nevica, sono qui seduta davanti alla stufa con Cassandra accucciata ai miei piedi, guardo i fiocchi cadere, sposto lo sguardo sul fuoco e poi di nuovo verso la finestra, c'è sapore d'inverno e allora, finalmente, mi cresce dentro la voglia di raccontare. E allora bisogna tirarlo fuori questo racconto, una volta per tutte, bisogna raccontarlo, scriverlo e poi cercare di voltare pagina e cercare di pensarci il meno possibile, tornare alle vecchie, care abitudini: la montagna, la fotografia, la cucina, il blog, questo blog praticamente abbandonato da mesi, ho scritto poco e male e ancor meno sono passata dai blog amici, mi mancava il tempo, mi mancava la voglia troppo distratta da quello che mi stava accadendo nella vita di tutti i giorni
E' stato un anno difficile nel mese di marzo una mia cara amica si ammalata, la diagnosi è stata  nefasta fin dal primo momento, sarcoma dei tessuti molli in stadio avanzato, metastasi varie ecc.,
il mondo che in attimo si rovescia. Mi ha chiesto, in una drammatica telefonata se Renato ed io ce la sentivamo di fare questo percorso devastante con lei, e così è iniziato un anno dolorosissimo, uno dei peggiori della mia vita, lei sempre più stremata dalla malattia, io sempre più catapultata in un universo che non conoscevo.
Forse non siamo mai state così vicine come in questi mesi di malattia, abbiamo ricordato infinite volte i momenti della nostra amicizia...la prima sigaretta, la prima sbronza presa a scuola, i primi amori vissuti insieme, il matrimonio...e poi è stato solo più dottore, morfina, oppiacei, dolore, lacrime, ossigeno, sfinimento, fino all'ultimo ricovero in ospedale, il coma e l'addio...
Forse non siamo mai state così lontane come in certi terribili momenti  che abbiamo vissuto, quando io per lei rappresentavo un dovere, quella che dosava i medicinali, quella che le faceva fare cose che lei non voleva...
C'è stato dolore, tanto, c'è stato sangue, ci sono state lacrime, le sue parole " io voglio vivere " ancora adesso mi rimbombano nel cervello giorno e notte, ci sono state discussioni quando lei, stremata, rifiutava i ricoveri in ospedale, c'è stata amicizia, tanta, c'è stata la sua lettera d'addio lasciata dentro uno dei libri che mi ha regalato a Natale, una lettera preziosa, una lettera piena d'amore...
C'è stato il momento disumano in cui ho visto il suo tumore per la prima volta, avrei voluto mettermi ad urlare, avrei voluto scappare, non sono più riuscita a dormire per mesi, mi sembrava di aver guardato il diavolo negli occhi.
C'è stato il giorno di Natale, mancava il suo posto a tavola, noi, tutti tristi per lei che se ne stava andando, per il mio piccolo Platone che ci stava lentamente lasciando. Il pomeriggio trascorso con lei, a scambiarci i regali che , per la prima volta nella sua vita, aveva scelto con tanto entusiasmo e attenzione...quanti negozi mi ha fatta girare per trovare quello che voleva...ma lei , quel pomeriggio, non aveva più voglia di scambiare regali, a mala pena riusciva ad aprire gli occhi, non riusciva a parlare come avrebbe voluto.
Poi il suo ricovero , le corse all'ospedale, la telefonata del suo medico che mi avvertiva che le cose erano ben peggio di come risultavano l'ultima volta...il nostro ultimo incontro, lei in quel letto con le sue consapevolezze, io stremata, spaventata, annientata, il nostro ultimo saluto..." non andare via, stai ancora un po' qui " mi diceva, e avrei voluto urlarglielo anch'io, " non andare via "...
Invece lei se ne è andata, lasciando l'ultima raccomandazione  di non abbandonare i suoi amati cani. Una parte di me è andata via con lei e non potrà più ritornare.
E la sera dopo, tutti insieme nel nostro vecchio bar di quando eravamo ragazzi, amici di una vita, amici cresciuti insieme, a parlare di lei, a ricordarla così, com'era, un po' folle, come lo eravamo tutti in quegli anni, lei bellissima e resa ancora più bella nel ricordo...unico momento di serenità questo ricordarla nei suoi anni migliori...
E poi la mia fatica a tornare alla normalità, una stanchezza infinita, il dolore per lei, il dolore per la perdita incolmabile del mio piccolo dolce Platone , se ne è andato anche lui, lasciandoci disperati.
E adesso il dolore di dover ogni giorno entrare nella sua casa per accudire i cani, ogni giorno è più vuota, più triste. Ieri ho detto a mio marito " detesto venire qui, mi sembra che qui sia successo qualche cosa di brutto e terribile ", mi ha stretto un braccio e mi ha detto " Ma è stato così! "
Bisognava che io le scrivessi queste cose, dovevo in qualche modo esorcizzarle per poter tornare qui nel mio piccolo spazio sereno, per poter ricominciare...




mercoledì 1 novembre 2017

Elogio della nostalgia





E' il sentimento di perdita per eccellenza. Esso, a differenza del''amore, non passa mai. E' per sempre.
Non ci libera domani.








Anzi, il più delle volte, nascosto nel fondo oscuro di noi stessi, diventa più forte, cresce, ci fa sentire un nodo in gola. Ci soffoca. Non ci da scampo, incatenandoci ad un passato che non potremo più cambiare, ripercorrere, vivere.








Qualche tragediografo greco diceva che il rimpianto non si possa evitare;: l'esistenza ci pone davanti le sue strade, prenderne una è escluderne un'altra, e non potremo che chiederci che cosa ne sarebbe stato di noi se avessimo fatto la scelta opposta.








Tutti noi affermiamo: meglio rimorsi che rimpianti" . Il senso di colpa si sopporta , soprattutto se la coscienza è debole. Il peso del rimpianto invece è insostenibile. Forse perchè la vita è una sola. Se fossero due potremmo dire "Ok, al prossimo giro. ". Ma indietro non si torna, " Ogni lasciata è persa " quante volte me l'ha ripetuto anche la mamma, della cui immagine si nutre il mio rimpianto più grande.







Esso è una voragine in cui precipito in certi attimi, quando vorrei poter fare un tuffo nel passato.
E so che tanti altri rimpianti sono dietro l'angolo, ancora ieri, avrei potuto dire alcune parole..., non le ho dette. Posso contrastarli solo vivendo, parlando, facendo, seguendo il cuore, perchè esso, anche quando ci porta sull'errata strada, ci fa giungere a destinazione. E' una canaglia!.








Ma per fortuna, per quanto io sia retrospettiva non lo sono quanto Guido Gozzano che dedicò una delle sue poesie a Carlotta, amica di sua nonna Speranza quando quest'ultima era adolescente. Di lei il poeta rivede una vecchia foto e se ne innamora perdutamente " Carlotta! Nome non fine ma dolce! Che come le essenze resusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...Amica di nonna ...Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov'è di tuo pugno la data; ventotto di giugno del milleottocentocinquanta. Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo e l'indice al labbro...Quel giorno - malinconia! - vestivi un abito rosa per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...O amica di nonna! Ove sei o sala che - forse - potrei amare, amare d'amore ?".








Al rimpianto non basta farci piangere una volta, strizzarci lo stomaco un giorno o due. Esso vuole farci piangere senza fine e, perfino nel momento del trapasso, dopo decenni che ci ha camminato accanto non ci abbandona. Sta lì impalato. Ci fissa per dirci " Oramai è tardi bello mio! "








" No, niente di niente, io non rimpiango niente. Nè il bene nè tutto il male che mi è stato fatto. E' stato tutto saldato, spazzato via, dimenticato, Me ne frego del passato" cantava la francese Edith Piaf.
Certo è facile non rammaricarsi a vita di ciò che ci è stato fatto. Più difficile è non rimuginare su ciò che abbiamo compiuto. Un giorno ho visto un uomo commuoversi nell'ascoltare una canzone d'amore. Immaginai che quella musica gli avesse riportato a galla nella memoria il ricordo di una donna per lui importante.








Restai stupita quando raccontò che stava pensando a un pomeriggio in macchina con amici, tantissimi anni addietro, quando una ragazza, con la quale aveva scambiato solo poche parole ed intensi sguardi, gli aveva sfiorato una mano. mentre tutti gli altri erano distratti, ed infine, gliel'aveva stretta disperatamente. Tra loro non vi fu neanche un solo bacio. Egli però, che non l'ha mai amata, non ha mai smesso di amarla. Quest'uomo piangeva il suo rimpianto.








Le uniche cose di cui ci pentiremo domani -chissà perchè - sono proprio quelle che non abbiamo avuto il coraggio di vivere. Le parole che non abbiamo detto ci restano nella gola. I gesti che non abbiamo fatto ci perseguitano. Ciò che non abbiamo dato ci sta sul groppone. Le persone che non abbiamo voluto amare ci restano attaccate addosso. Per questo c'è un unico modo per difenderci da quel demone che è il rimpianto ed è: abbandonarci a quel moto del cuore che ci " stropiccia " nel petto.
Amare, amare e poi ancora amare.








Di non avere odiato non ci potremo pentire, di non avere amato sì.






( Le fotografie sono tratte dal web e sono relative allo spettacolare tramonto che ha incendiato il Nord Italia domenica sera )

sabato 24 giugno 2017

Notti prima degli esami...lettera ad Eva





Ciao Eva, questo post è dedicato a te e non è altro che la " storia " dei giorni che abbiamo trascorso insieme e qualche piccolo ricordo personale che desidero regalarti
Non l'avrei mai immaginato sai ma nella vita spesso succedono cose inimmaginabile e allora eccomi qui improvvisamente catapultata ai miei 18 anni a studiare per l'esame di Maturità...no, non è successo come nel film immaturi che il mio " pezzo di carta " è stato annullato, niente di così drammatico,anzi, è successo, ed è una cosa bellissima, che tu hai deciso di trasferirti qui da noi per affrontare insieme a me il ripasso della Letteratura Italiana, della Filosofia, della Storia e della Storia dell'Arte. Sono le materie che amo e forse tu hai pensato che una zia appassionata di queste materie potesse essere un'opportunità ma in realtà sei tu che sei stata un'opportunità per me.








Perchè, sarà anche vero che amo e che conosco discretamente la letteratura, ma mai, spontaneamente, mi sarebbe venuto in mente di " ristudiare gli " Inni Sacri " del Manzoni, è stata un'opportunità perchè ho rispolverato tante cose e le ho riviste sotto una nuova luce ed è stato molto bello il confronto, lo scambio di idee con una ragazza della tua età. Sentirti disquisire sullo Zibaldone di Pensieri di Leopardi mi ha fatta ricredere sui giovani di oggi...se c'è ancora qualcuno che ragiona così forse non siamo in pericolo.








Abbiamo studiato tanto, tantissimo. Cominciavamo subito dopo colazione, scendevamo nella frescura della mia biblioteca armate di tè, succhi di frutta e qualche biscotto e davamo inizio all' "operazione Maturità ". Queste pagine dei nostri più grandi autori che mi scorrevano sotto gli occhi mi hanno riempita di entusiasmo, non che io non li abbia più letti dai tempi della scuola, anzi, se oggi li amo così tanto è anche grazie alle letture successive, però questa volta, grazie a te, è stato diverso.
E che soddisfazione quando, dopo tanto tempo speso a parlare del "Canto notturno di in pastore errante " mi hai guardata e mi hai detto : "Sai, non mi piaceva ma adesso penso che non sia poi così male !" Io non ho mai insegnato ma credo che questa sia una delle più grandi soddisfazioni per un docente, far amare qualche cosa che prima non era stato colto ed afferrato nel giusto modo.








Fermarsi per un po' ad analizzare il Pascoli e il suo simbolismo e scoprire un turbamento e una sensibilità in te, ragazza di oggi, così simile al mio, ragazza di ieri...E poi tutti: D'Annunzio, Verga, la Scapigliatura, Montale...un sogno. Sei stata bravissima, studiando gli autori della nostra letteratura hai fatto diversi excursus sulla storia e sulla filosofia...vero, abbiamo tralasciato un po' la storia dell' arte, peccato, avrei avuto molto da imparare da te, è la tua materia e sarà la tua facoltà all'Università, sarà il tuo futuro.








Abbiamo studiato e poi alla sera ci siamo viste qualche bel film, credo che ti sia piaciuta la sera in cui siamo andati in montagna con i nostri amici a godere dell'aria fresca e di un tramonto spettacolare e penso che tu ti sia divertita la sera in cui sono venute da noi Adriana, Chiara e il piccolo Leo per l'apericena. Poi una sera sono venuti a cena i tuoi genitori e ti hanno riportata via e tu, a noi, sei mancata da subito, hai lasciato una spazio vuoto in questa casa.








Giorni bellissimi ( immagino la faccia che stai facendo, ti ho fatta studiare per ore! ) ed inevitabilmente una marea di ricordi che oggi ti regalo con questo racconto.
La mia maturità 42 anni fa ( mamma mia 42 anni...una vita! ). Grandi speranze nel cuore, la Maturità era ( è ) un traguardo, un rito di passaggio, dopo i concitati giorni degli esami tutto sarebbe cambiato: l'Università, Milano, vivere da sola,i miei 18 anni carichi di progetti ed aspettative.









All'epoca l'esame di maturità era diverso da ora: si portavano due materie all'orale, una letteraria e una scientifica, a noi, in più gli insegnanti avevano chiesto una tesina per ogni materia ( quelle che hai sfogliato nei giorni che hai trascorso qui ) prepararle è stato un periodo splendido di ricerca e di studio. Come prima materia io avevo scelto Italiano e avevo chiesto Filosofia. Era possibile, allora - per chi lo desiderava - portare una materia aggiunta, io lo desideravo e scelsi Storia.








Dunque la seconda materia non veniva quasi mai cambiata quindi mi preparavo all'esame con molta tranquillità, in Italiano ero davvero brava e in Filosofia...bè, in quegli anni vivevo di pane d Kant. E poi una tragedia di proporzioni apocalittiche, che tu senz'altro capirai, si abbattè sulla mia testa...mi cambiarono la seconda materia non più la mia amata Filosofia ma Matematica. Ma ti rendi conto? Un incubo...Matematica, a me che ancora adesso non riesco nemmeno a sommare due più due...studio matto e disperato, la certezza di non potercela fare, la disperazione, ....le " notti prima degli esami " a studiare, a tralasciare le materie che amavo per dedicarmi alla matematica e lì, proprio in quelle notti, è nato il mio rapporto di amore - odio per questa materia che ancora oggi mi affascina e mi respinge. Mi affascina, lo immaginerai, per la logica, mi respinge per l'aridità dei numeri.








E poi gli esami, il tema, la versione e il grande giorno degli orali...letteratura  " Il canto notturno del pastore errante, non starebbe a me dirlo ma ho fatto un figurone, poi Gozzano e la domanda, all'apparenza banale, sul colore degli occhi della Signorina Felicita " azzurri di un azzurro di stoviglia " e in quel colore si rispecchiava un mondo fatto " di buone cose di pessimo gusto " che stava lentamente finendo. Dell'orale di matematica, e penso che la cosa non ti sorprenda,  non ricordo praticamente niente, non so nemmeno lontanamente cosa mi abbiano chiesto e soprattutto come io abbia risposto, ma, in modo o nell'altro ce l'ho fatta.









E poi Storia, materia aggiunta, domanda sullo " Statuto Albertino ", preparatissima, uno dei miei " cavalli di battaglia " inizio a parlare e il mio papà, tra il pubblico, non so per quale motivo, comincia a suggerire. A un certo punto non sono più riuscita a trattenermi, mi sono girata e , tra l'ilarità della commissione d'esame, degli altri genitori e dei compagni di classe, ho detto " Papà, piantala di suggerire, e se proprio devi suggerisci almeno giusto e non sbagliato come stai facendo, così mi confondi! "









E poi, improvvisamente, è finita... è finita la Maturità ed è finita una fase della vita, c'era davanti l'estate e poi l'Università e poi scelte importanti, sentivo che diventavo grande.
E poi, Eva, quell'autunno, a Milano, ho conosciuto la tua mamma e da allora non ci siamo più lasciate, anche se ci vediamo poco siamo una dentro l'altra da sempre e stiamo ancora camminando insieme, e tu lo sai. Poco dopo, quasi contemporaneamente sono apparsi nella nostra vita il tuo papà e lo zio Renato, e poi sei arrivata tu e non c'è bisogno che te lo dica, lo sai, ti voglio un mondo di bene.








Ecco, ti auguro di avere tanto successo nei tuoi studi, tanta allegria nella tua vita universitaria come è stato per noi, tanta fortuna nel tuo futuro lavoro ma soprattutto ti auguro un'amicizia come quella che lega me e la tua mamma...un'amicizia per sempre.
Ciao Tesoro, buona vita.
La zia.





( Immagini dal web )

mercoledì 12 aprile 2017

Giro d'Italia a tavola per la Pasqua " con i tuoi "





Causa crisi il vecchio detto è diventato " anche a Pasqua  con i tuoi" e allora conviene percorrere la Penisola imbastendo un viaggio gastronomico senza muoversi da casa, lasciandosi contaminare dalle ricette tradizionali delle diverse regioni.
E allora andiamo in cucina e cominciamo:







Antipasti

I più ricchi sono quelli del centro Italia tra Marche e Umbria. Coratella d'agnello, pizza di formaggio, salame lardellato per cominciare. Abbinamento: Lambrusco emiliano, Prosecco, Passerina spumante ma anche Verdicchio di Jesi o di Matelica. A questi piatti si può aggiungere una frittata di asparagi ( meglio se selvatici ), l'immancabile torta pasqualina che arriva dalla Liguria da consumare con un Vermentino o con un Pigato. Da Napoli arriva il soufflè Pasquale da abbinare ad un Greco di Tufo o anche ad una Biancolella d'Ischia.






Primi piatti

La creatività italiana in fatto di primi piatti è inarrivabile. Un menù pasquale che si rispetti non può non contemplare i casonsei bergamaschi. Da berci assolutamente un Franciacorta. Andando in Piemonte ecco in tavola gli agnolotti di gallina bianca conditi con burro e salvia egli immancabili Tajarin da condire in quest'occasione con ragù bianco d'agnello. In abbinamento un Nebbiolo giovane. Da Napoli arriva lo sformato ricco di tagliatelle che è una bomba di calorie, ma con un Taurasi va giù che è una bellezza. Dalla Toscana, in abbinamento ad un Chianti Classico, le pappardelle al sugo di coniglio ma anche gli gnudi fiorentini ( sono palline di ricotta e spinaci ) con che con una Vernaccia di San Giminiano vanno a nozze. Nel Lazio immancabile il maccherone all'amatriciana mentre dall'Abruzzo si può portare in tavola la crespella teramana da bagnare con un Cerasuolo o con il Trebbiano. Dalla Liguria i corzetti di Chiavari ( conditi con le erbe )sono un classico, mentre l'Emilia Romagna imbandisce le imperdibili lasagne.










Piatti di mezzo

Ancora un incursione lombarda per la trippa brianzola come piatto di mezzo o i piatti mantovani dei Gonzaga: il luccio in salsa o il filetto d'anguilla comune tra l'altro anche nel ferrarese ai quali abbinare un bianco del Collio friulano. Da Roma arriva in tavola una frittata di carciofi , si può tentare un abbinamento con un Frascati o un Orvieto.







Secondi piatti

E' il trionfo dell'agnello e del capretto. Si può cominciare con l'agnello in fricassea alla romana, optare per l'agnello al forno con le patate piemontese, passare per " o ruotto o furno ( capretto al forno ) napoletano, approdare all'agnello brodettato umbro o all'agnello allo spiedo sardo.
Con questi piatti silvo -  pastorali i vini devono però essere ricchi: Brunello di Montalcino, Sagrantino di Montefalco, Carignano del Sulcis o Cannonau, Montepulciano d'Abruzzo.








I dolci

A Pasqua trionfa la Colomba d'accordo ma ogni regione ha il suo dolce.
Ottima è la Pastiera napoletana, suadenti le Seadas sarde ( accompagnate a Nasco di Cagliari passito ), la cassata siciliana o, sempre dalla Sicilia a cuddura cu l'ova ( tutti con Passito di Pantelleria, Malvasia delle Lipari o Marsala ). Dalla Toscana arriva la schiacciata fiorentina allo zafferano ( con Vin Santo )








Per i vegetariani

Spigolando tra le ricette italiane si può comporre anche un perfetto menù vegetariano.
Per antipasto torta pasqualina eliminando le uova o in alternativa un fritto vegetale.
Come primo risotto agli asparagi, lasagne con il sugo di verdure siciliane o i cjarson friulani ( agnolotti ripieni di spezie e di erbette di campo ). Per i secondi dal Lazio i carciofi in tegame, oppure una parmigiana sempre di carciofi o le squisite panadas sarde ( sfoglie ripiene di ricotta, pecorino e carciofi da cucinare al forno ). E per dolce l'agnello siciliano di Favara fatto di pasta reale ( mandorle ) con ripieno di pistacchio.
Una delizia assoluta per dire davvero buona Pasqua!






( Immagini dal web )

Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")