venerdì 7 aprile 2017

Il grande marinaio ( Catherine Poulain ) In Alaska a bordo di un peschereccio per non morire di noia e di birra.





Pur abitando in montagna la mia famiglia è una famiglia di naviganti, di marinai e nei desideri anch'io non mi sono sottratta a questa vocazione.
Ho sempre avuto un grande desiderio, quello di trascorrere una stagione o anche due, o forse qualche anno, in Alaska a pescare su un grande peschereccio, anni fa mi ero persino informata e quasi ero arrivata a prendere la grande decisione poi il tempo è passato e non ne ho più fatto nulla ma è rimasto il desiderio di questa avventura in territorio " ostile ", in un mondo di uomini.








La premessa fa capire con quanto entusiasmo ho letto questo libro di Catherine Poulain , un regalo di Natale davvero indovinato!


"Quando ero giovane e avevo voglia di essere da qualche parte. la gente mi assicurava che la maturità mi avrebbe guarito da questa rogna. Quando gli anni mi dissero maturo, fu l'età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un'età avanzata avrebbe calmato la mia febbre. E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi. Nulla ha funzionato. Quattro rauchi fischi della sirena di una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore di un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino uno sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l'antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. In altre parole, non miglioro. Vagabondo ero, vagabondo resto. Temo che la malattia sia incurabile."









Così scriveva esemplarmente il vecchio John Steinbeck. La stessa cosa però, a modo loro, l'hanno detta Conrad e London, Chatwin, Kerouac, Kapuscinski e molti altri. Insomma tutti gli appartenenti alla grande famiglia dei viaggiatori hanno cantato la sete d'avventura.









L'ultima, ma solo in ordine cronologico, si chiama Catherine Poulain. Nata nel 1960, adesso fa l'allevatrice nelle'Alpers de Haut Provance e la viticoltrice nel Medoc. Ma ha lavorato come raccoglitrice di frutta in Francia e in Canada, in un conservificio di pesce in Islanda, ha fatto la barista a Hong Kong, è stata operaia negli USA e, soprattutto, per dieci anni pescatrice in Alaska.








Qualora non bastasse il curriculum, a mettere subito le cose in chiaro, il fulminante incipit del suo primo, fortunato romanzo Il Grande Marinaio:

"Bisognerebbe essere sempre in viaggio per l'Alaska "

Il che già spiega in otto parole come il viaggio in sè già abbia tutto: la ricerca dell'avventura e l'avventura stessa.








Tutti abbiamo, più o meno, come l'autrice, la nostra Manosque - les Plateaux di cui siamo originari e da cui vorremmo fuggire a gambe levate. Andare via, partire. Per non morire di noia, di birra, di conformismo, di idiozia, di una pallottola vagante. Andare a cercare il pericolo, forse la morte, perchè è l'unico modo conosciuto e paradossalmente razionale per sentirsi vivi.








Certo è un discorso insidioso, che minaccia lo scivolone nella retorica autodistruttiva. A meno di non essere scrittori veri. Poulain lo è, e chiude la discussione. Riuscendo a fare la cronaca, tecnicamente inappuntabile, della sua straordinaria avventura sull'Oceano del Grande Nord e infondendovi pure, almeno a tratti, un autentico phatos narrativo.








Probabilmente il fatto che l'autrice sia una donna avrà contribuito a fare del libro -come recita la striscia di copertina  dell'edizione italiana - " Il romanzo rivelazione dell'ultima stagione letteraria in Francia ". Ma è ingiusto ritenere che sia il genere a fare la differenza. Il romanzo vale per la qualità della scrittura, la capacità di indagare la condizione umana senza pregiudizi. Poulain ha imparato la lezione da Dostoevskij e sa che " solo l'uomo è capace di tutto "; quindi non si scandalizza di nulla.










Descrive un mondo fatto di uomini che in mare sembrano eroi mitologici, sfidanti le tempeste e la furia degli elementi, quasi a cercare la bella morte. Ma non trascura che l'Oceano con i suoi pericoli e le illusioni di sconfinata libertà, specie a certe latitudini, è spesso il rifugio di una genia di disperati, che sulla terra ferma rapidamente andrebbero ad ingrossare le fila di tossici, alcolisti, aspiranti suicidi.








Merito dell'autrice, inoltre, una grande sobrietà di scrittura, la capacità di narrare a un ritmo incalzante, a volte da lasciare senza fiato, la violenza della natura e il rifiuto di ogni associazione romantica con l'idea di runaway, su cui l'intero romanzo è centrato.







Lo stesso " grande marinaio " che dà il titolo al volume è un gigante schivo e silenzioso, in mare rispettato veterano della faticosissima pesca con il palamito, sulla terraferma eroinomane ed alcolista.La tormentata storia d'amore tra la protagonista e quest'uomo è narrata con pudore e realismo esemplari. Ripensandoci, però, qualche cosa di involontariamente comico traspare. Quando la donna, che il patrimonio genetico e la dura vita sul mare hanno dotato di due mani gigantesche ( " zampe " le chiama affettuosamente l'autrice ), trova rifugio accucciandosi sotto l'ascella del grande marinaio, è stato per me inevitabile associare la sua descrizione a una battuta di Woody Allen in Love and Death: " Boris aveva tentato il suicidio respirando sotto le ascelle di uno zingaro".

Non è colpa mia...è il mio spirito dissacratorio!





mercoledì 5 aprile 2017

Gertrude Bell, la Lawrence d'Arabia in gonnella che non voleva il voto alle donne








Nel pomeriggio dell'11 luglio 1926 una donna non più giovane e dal fisico minuto ma dal portamento fiero, dopo una nuotata nel Tigri si ritira per riposare nella sua casa di Bagdad.
Chiede di non essere disturbata fino alle 6 del mattino seguente, ma la sua cameriera, contravvenendo alle disposizioni ricevute, si reca nella sua camera durante la notte, constatando dolorosamente che il sonno di Gertrude Bell, la più famosa viaggiatrice, archeologa, topografa inglese dei primi del '900, non è di quelli dai quali si possa essere risvegliati: sul comodino c'è un flacone di pillole di acido diallibarbiturico.









Due giorni prima del proprio 58esimo compleanno muore così la donna che per prima ha percorso da sola in lungo e in largo i territori allora sconosciuti del Medio Oriente: dal moderno Iraq alla Siria e fino al Mar Rosso, creando una cartografia di luoghi mai realizzata prima; ha meritato l'appellativo di " Lawrence d'Arabia  in gonnella ", e quello, attribuitole da re Faysal, di vera irachena, " una beduina ".









Nel corso delle sue esplorazioni la Bell aveva acquisito una tale profonda conoscenza del mondo arabo che durante la Grande Guerra le fu chiesto di mettersi al servizio dell'Impero britannico. Divenne così agente segreto di Sua Maestà, e per la prima volta nella storia dell'esercitò inglese fu attribuito a una donna il grado di maggiore.








Con T.E.Lawrence ( divenuto solo in seguito più celebre di lei grazie a un giornalista americano che ne creò il mito m) condivise la passione e l'impegno a favore della causa araba per il diritto all'autodeterminazione che, se fallì riguardo alla Siria, pretesa dai francesi come proprio protettorato dopo la Prima Guerra Mondiale, ebbe successo per l'Iraq, tanto da far avere alla Bell la definizione di " regina senza corona ".








Leggendo il libro La regina del deserto di Georgina Howell si scoprirà la sua profonda cultura ( sapeva sei lingue tra cui l'arabo declinato in diversi dialetti ) di studiosa indefessa in un'epoca in cui  Herbert Spencer dichiarava che le donne sono poco adatte allo studio perchè il sovraccarico del cervello avrebbe danneggiato le loro capacità riproduttive. E poi le sue imprese sportive di scalatrice alpina, per non parlare della sua eccellente qualità diplomatica a dispetto di un carattere volitivo e incline alla sincerità, per quanto declinata nelle forme della rigida educazione di una signorina di buona famiglia inglese.








Gertrude Bell, a dispetto di ciò, non fu però una femminista, anzi si dichiarò addirittura contraria all'estensione del voto alle donne; trovava insopportabile la leggerezza femminile, tanto da esclamare: Perchè giovani inglesi promettenti sposano donne tanto sciocche !" ; ma nello stesso tempo fu la prima occidentale ad entrare in un harem e soprattutto convinse re Faysal a liberare la moglie dalla clausura assoluta trasformandola in un'autentica regina di Bagdad con tanto di corte e di ricevimenti.








Dotata di un incredibile fiuto politico, nutrito dalla approfondita conoscenza del mondo arabo, intuì che la soluzione della causa sionista con l'occupazione della Palestina sarebbe stata un disastro e provò a convincere la diplomazia internazionale che, per quanto appartati e poco comunicativi, i palestinesi non avrebbero accettato supinamente quella decisione che ancora oggi provoca guerre e lutti, ma non fu ascoltata.








La vita di Gertrude Bell fu appassionante, avventurosa, ma anche molto femminile: ebbe due amori infelici - un giovane non considerato all'altezza dalla famiglia e poi un uomo sposato che morì in guerra - che la condannarono a una solitudine che pesò come un macigno sul suo cuore, tanto da farle scrivere poco prima di morire: " La mia esistenza qui è troppo solitaria, non si può rimanere soli per sempre. Almeno, io non sento di poterci riuscire. "





( Simonetta Bartolini, Libero del 28 agosto 2016 )
( Fotografie dal web )


martedì 4 aprile 2017

Il Rifugio Mont Fallere e le sculture di Siro Vierin





Lo scorso mese di settembre, durante le nostre vacanze in Valle d'Aosta, siamo saliti al rifugio del Monte Fallere, un'esperienza assolutamente  unica nel suo genere.








A renderlo particolarmente interessante, oltre il paesaggio di indicibile bellezza, è un'allestimento d'eccezione, opera del maestro scultore Siro Vierin, che dà vita ad un vero e proprio Museo a cielo aperto.























Per le mie capacità la camminata è stata lunga e a tratti molto faticosa ma ne è valsa sicuramente la pena. Sul sentiero tra i rami e dietro i sassi si affacciano piccole creature del bosco: il gufo, le civette, il falco e i leprotti, la marmotta, il picchio, il gallo cedrone, la volpe e l'aquila, per citarne alcuni, mentre tra gli alberi gli gnomi curiosi spiano l'escursionista.

































Appena lasciato il bosco sulla sommità di un'ardua salita comode poltroncine scavate  nel legno ci invitano alla sostare e a goderci il grandioso panorama delle Alpi. Uno spettacolo indimenticabile!
































































Avvicinandosi al rifugio le sculture diventano più grandi: ed ecco il nonno che indica ai nipotini la direzione del rifugio, la coppia di camosci e quella di stambecchi, un pescatore, una anziana signora che  sollevate le gonne fa la pipì nel torrente ed anche un montanaro che...colto da necessità improvvise si nasconde dietro un sasso.


















































































Più avanti, appena sotto il Rifugio, la Madonna ( unica scolpita nello stile per il quale l'Artista è conosciuto nel mondo,)inserita in una grotta, mentre tutte le altre sculture, circa 200,  sono realizzate in maniera più rustica e utilizzando essenze lignee meno pregiate del noce usato abitualmente da Siro Vierin ma sicuramente più adatte a resistere all'esterno.








Giunti al Rifugio non si può che restare incantati e lasciare che lo sguardo si spinga sulle vette circostanti...uno spettacolo di straordinaria bellezza che toglie il fiato. Unico grande rimpianto è di non aver organizzato la nostra giornata in modo diverso, magari prevedendo di pernottare al rifugio potendo così godere del tramonto e dell'alba sulle montagne...ma non si sa mai, potremmo sempre organizzare per un'altra volta!













Per chi fosse interessato riporto qui sotto una breve biografia dell'Artista Siro Vierin tratta dal bel libro fotografico sulle sue sculture in vendita presso il Rifugio.








" Siro Vierin è nato ad Aosta nel 1959. L'interesse e la passione per la scultura emergono inb lui sin dall'infanzia. alimentati dalle opere esposte nelle varie fiere artigiane che si svolgono in Valle d'Aosta. Autodidatta, Siro Vierin inizia a scolpire il legno partendo dalla riproduzione di figure semplici, appartenenti alla realtà del mondo contadino. La decisione di dedicarsi a tempo pieno all'attività artistica matura dopo un breve corso di scultura presso la Scuola di Agricoltura di Aosta e in seguito a tre anni di studio al fianco di Rolando Robino, che lo avvia all'arte del colore e della prospettiva.








Professionista da oltre 30'anni, partecipa alle principali fiere di artigianato in Valle d'Aosta fin dal 1976. Meritano di essere ricordate le sue mostre personali di Aosta nel 1983, nel 1995 e nel 207, nella sede espositiva della Chiesa di San Lorenzo, e la sua partecipazione a varie rassegne collettive, svoltesi ad Aosta, Sain - Vincent. Gressan. Donnas, ma anche all'estero, in Francia ( Arles, Meysieu, Passy) e in Finlandia ( Lahti, nel 1992 ) al fianco di altri artisti valdostani.







Alcune tra le sue numerose opere sono state pubblicate su Arte italiana nel mondo ( Celit ), Sculptures en bois de la Valle d'Aoste (Pheljna, 1987 ), Arte pastorale e artigianato tipico in Valle d'Aosta: i protagonisti ( Pheljna, 1987 ), Sculptures en bois de la Vallèe d'Aoste: i Santi ( Pheljna, 1982 ). Siro Vierin vive a lavora a Sant- Ojen, nella vallata del Gran San Bernardo, dove è possibile visitare il suo atelier e acquistare le sue sculture.








Nell'ultimo decennio un po' di energia è stata sottratta alla scultura, infatti Vierin si è dedicato alla costruzione del suo rifugio, il Monte Fallere, un rifugio a " Regola d'Arte" "





Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")