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martedì 10 gennaio 2017

Il gelo, il barbone e la cagnolina Bianca





" Meglio morire " non ha dubbi Paul senzatetto  che vive per le strade di Milano. Stringe tra le braccia la sua cagnolina, un chihuahua chiaro, di nome Bianca. Non vuole rinunciare a lei per poter trascorrere le ore notturne all'interno dei rifugi allestiti per i clochard e nei quali è vietato l'ingresso ai cani, così preferisce sfidare la morte e il gelo piuttosto che stare senza la sua piccola Bianca.
Ogni estate centinaia di cani vengono abbandonati a un destino di morte certa da chi è pronto a tutto pur di fare una vacanza e in inverno c'è chi non abbandona il suo  neanche per salvarsi la vita.









In queste notti il freddo penetra nella carne come milioni di spilli, Paul, e tanti altri come lui, si difende come può. Alcuni hanno un paio di guanti sdruciti, Paul indossa infradito e due calzini lindi, che lava ogni mattina insieme al resto delle sue poche cose in una lavanderia pubblica.
Bianca lo aspetta davanti all'ingresso e se qualcuno fa cadere una moneta nel cappellino che le sta davnti lei prontamente ringrazia con un inchino. E' felice Bianca. Si è davvero ricchi con poco quando non si possiede proprio nulla, al di fuori di un sacco pieno di tutto ciò che può essere utile e che Paul e Bianca si portano dietro ovunque.









Divieto di accesso, anzi di salvezza, per i cani. Per loro dal freddo non c'è riparo. Così i senzatetto sono costretti a decidere tra la vita e la morte. Una scelta a cui nessun essere vivente dovrebbe essere condannato. E pure la nostra civile società li obbliga a farla. E allora preferiscono non abbandonare al gelo i loro amici a quattro zampe, facendo di un angolo di marciapiede  un comune giaciglio, rischiando la vita e , non di rado,morendo congelati.









Uniti nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nella stagione calda e in quella fredda. Nella vita e nella morte. E' un rapporto d'amore dei più nobili quello che lega cane  e uomo. E lo diventa ancora di più nella miseria o nella solitudine, due condizioni condivise da entrambi. Due destini segnati dall'abbandono e dall'invisibilità e che si intrecciano in un abbraccio indissolubile che rende l'esistenza insieme più sopportabile e meno amara.
In fondo si è davvero poveri quando manca una carezza, o la capacità di saperla fare.








E' facile in queste fredde notti Milanesi alla sera, tornando a casa imbattersi in dolci scene d'amore come quella che offrono alla vista Paul e Bianca. Un musetto bianco, oppure marrone o nero, esce da sotto la pancia di un silenzioso signore, che custodisce quell'esserino come se fosse tutto ciò che gli resta al mondo, la sua vita stessa. Gli occhietti chiusi, il cagnolino già dorme e sembra lieto. chissà cosa sogna? Chissà se è felice e se sa di essere un cane barbone senza una casa?








Me lo sono chiesta tante e tante volte e adesso ho capito: Bianca non sa di essere povera. Non le manca nulla. Con orgoglio ogni mattina fa la sua piroetta davanti al suo umano che le sorride con gli occhi pieni d'amore e ogni sera si rifugia nella sue braccia fino all'alba, che li sorprende abbracciati.
Lei, pur non indossando abitini costosi e collari tempestati di brillanti che ora vanno tanto di moda, pur non guardando il mondo da una Birkin gag di Hermes tenuta al braccio di qualche ereditiera annoiata, crede di essere una principessa e che quel lembo di strada sia la sua reggia. Lei crede di essere la cagnolina più fortunata del mondo. E lo è







giovedì 5 gennaio 2017

Storie di Natale, Uno dei Re Magi di Piero Bargellini



Uno dei Re Magi
di Piero Bargellini


No, non crediate che io sia un mago da fiaba. Non ho bacchetta fatata né faccio incantesimi.
 Nel nostro paese, che è la Persia, mago vuol dire sapiente, cioè studioso.
 Anche noi avevamo molto studiato, specialmente sul libro chiamato Avesta.
Le nostre spalle si erano incurvate su quel libro. Le nostre barbe erano diventate bianche nello studio.
Il libro annunziava la venuta di un "saggio signore o, di un "vittorioso Liberatore" degli uomini.
Prima di noi, generazioni e generazioni di sapienti avevano atteso questo miracoloso personaggio, 
ma sempre invano.









Ormai eravamo vecchi, e temevamo di dover chiudere gli occhi senza aver visto il Liberatore. 
Guardavamo il cielo, in attesa di un segno annunziante la sua venuta.
Ed ecco una stella di straordinario splendore farci segno di seguirla.
Partimmo felici, montati sulle migliori cavalcature, vestiti riccamente con le corone in testa 
e i doni in mano.
Non sarebbe stato conveniente presentarsi a quel gran personaggio senza regali.









 Uno di noi prese una coppa d'oro simbolo di potenza regale, 
un altro prese un'anfora piena d'incenso simbolo d'onore sacerdotale, 
l'altro ancora prese un calice di mirra simbolo di redenzione.
La stella ci faceva da guida. Nessun corteo aveva mai potuto vantare un simile battistrada. 
Valicammo monti, attraversammo pianure, guadammo fiumi e incontrammo città, 
senza che la stella accennasse a fermarsi.







Giunti a Gerusalemme, il re Erode fu avvertito del nostro arrivo. 
Seppe che cercavamo il Re dei Giudei e chiese ai suoi sapienti:
- Dove dicono i libri che deve nascere il Redentore?
Anche gli ebrei avevano un libro chiamato Bibbia, dove era annunziata la venuta del Salvatore.
 Perciò i sapienti risposero al re Erode: - Betlem sarà la sua culla.
- Andate a Betlem, - ci disse Erode - e al ritorno mi narrerete di lui.








Riprendemmo a viaggiare, e la stella viaggiava con noi, finché non si fermò sopra una povera stalla. Trovammo il Bambino fasciato e deposto nella mangiatoia, fra due animali. 
Quale abbandono e quanta miseria! Il Re del mondo giaceva su paglia trita, 
senza corte d'attorno e senza onori.
A quella vista, la nostra sapienza si confuse. Avevamo sperato di trovare un potente Re in una reggia sfarzosa, in mezzo a ricchezze e a splendori.








Vedendo tanta umiltà ci sentimmo umiliati.
 Mettemmo fuori i nostri doni: oro, incenso e mirra.
 Il Bambino ci guardò come per accettarli, ma noi sentimmo che non bastava offrir quei soli doni.
 Egli non s'appagava né d'oro né d'incenso né di mirra. 
Voleva insieme il nostro cuore, e lo voleva ripieno di quella ricchezza che non s'estingue mai, 
e che si chiama Amore.








A questo Amore, che si traduce in Carità, 
la nostra scienza di vecchi sapienti non aveva mai pensato.
Ce lo insegnò un bambino, nato da poco, in una stalla, 
con un sorriso che ringiovanì il nostro vecchissimo cuore.





( Fotografie dal web )

martedì 6 dicembre 2016

Una lettera a Babbo Natale di Mark Twain







  Questa è la lettera racconto ( pubblicata su Libero del 24 dicembre 2015 ) con cui il grande umorista Mark Twain rispondeva, fingendosi Babbo Natale, all'eccessiva richiesta di regali di Natale da parte della figlia Susy










Cara Susy Clemens,
 ho ricevuto tutte le lettere che tu e la tua sorellina mi avete scritto tramite la mamma e le tate. E ho letto anche quelle scritte da voi bambine di vostro pugno, perchè anche se non avete usato i segni dell'alfabeto dei grandi, la vostra scrittura è quella impiegata da tutti i bambini del mondo e sulle brillanti stelle. E poichè i miei concittadini, qui sulla luna, sono tutti bambini e scrivono così, capirai che non ho avuto nessuna difficoltà a interpretare i vostri arzigogoli e fantasiosi simboli. Invece ho avuto qualche problemino con le lettere che avete dettato alla mamma e alle tate, visto che sono straniero e non capisco proprio bene l'inglese.









Vedrai che non ho commesso errori con i regali che tu e la piccina avete chiesto nelle letterine scritte da voi. A mezzanotte, mentre dormivate, sono sceso dal camino, e ve li ho consegnati di persona. Ho dato un bacio a ciascuna perchè siete bambine buone, educate e composte due tra le più obbedienti piccolette che abbia mai visto..









Ma nelle lettere che avete dettato ho trovato delle parole che non sono sicuro di avere capito e un paio di ordini che non sono riuscito a soddisfare perchè avevamo finito le scorte. La nostra ultima cucina delle bambole l'abbiamo appena regalata ad una bambina molto povera lassù, sulla Stella Polare., nel regno gelato sopra il Grande Carro. La mamma può indicarti quella stella e tu potrai dire " Fiocco di Neve" ( così si chiama la bambina " sono felice che la cucina l'abbia ricevuta tu perchè ne avevi più bisogno di me ". Ecco, così devi scrivere di tuo pugno e Fiocco di neve ti spedirà una lettera di risposta. Se ti limiti a dirlo a voce non riuscirà a sentirti. La tua letterina dovrà essere leggera e sottile, perchè la distanza è grande e la posta pesa parecchio. Nella lettera scritta dalla mamma ho trovato una o due parole incerte. Ho pensato che volessi intendere " un baule pieno di vestitini per le bambole " E' giusto?









Sta mattina verrò a bussare alla porta della cucina alle 9 per verificare, ma non devo vedere  e parlare con nessun altro oltre a te. Quando il campanello suonerà, George dovrà essere bendato e mandato ad aprire la porta, poi dovrà ritornare in sala da pranzo o nel ripostiglio dove custodisce le porcellane, portandosi appresso la cuoca.









Devi dire a George di camminare in punta di piedi r di non fiatare, altrimenti un giorno morirà.Poi, tu dovrai andare nella tua stanza e metterti in piedi su una sedia o sul letto della tata, appoggerai l'orecchio al tubo di comunicazione che arriva in cucina e quando io ci fischierò dentro, tu parlerai nel tubo e dirai: " Benvenuto Babbo Natale!" Ti chiederò se era proprio un baule quello che hai ordinato. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi e la mamma ti aiuterà a sceglierne uno carino, e poi mi descriverai in dettaglio tutti gli oggetti che dovrebbero esserci nel baule.









Dopodichè io ti dirò: " Ciao e buon Natale mia piccola Susy Clemans" e tu risponderai : " Ciao buon vecchio Babbo Natale. Ti ringrazio moltissimo. Per favore riferisci alla piccola Fiocco di Neve che stanotte guarderò la sua stella e lei dovrà guardare quaggiù, mi troverà alla grande finestra a ovest. In ogni notte serena guarderò alla sua stella e mi dirò: "Ho un'amica lassù e le voglio bene ". Poi dovrai scendere nella biblioteca  e far chiudere a George tutte le porte che danno sull'ingresso principale e tutti dovranno rimanere in silenzio per un po'.









Io andrò sulla luna a prendere quelle cose e dopo pochi minuti scenderò di nuovo dal camino dell'ingresso, questo se vuoi proprio un baule, perchè sai che non posso calare un affare grosso come un baule giù dal camino della camera dei bambini.









Se vuole, la gente potrà parlare, ma solo fino a che non sentirà i miei passi nell'ingresso. A quel punto tu dirai loro di stare zitti, fintanto che non sarò risalito dal camino. Forse però non sentirai i miei passi, perciò ogni tanto potrai andare a sbirciare dalle porte della sala da pranzo e alla fine vedrai quello che desideri, sotto il pianoforte in salotto dove io l'avrò messo. Se lascerò un po' di neve all'ingresso. devi dire a George di spazzarla nel caminetto, perchè io non ho tempo per queste cose.








(...) Devi sorvegliare George cos' che non corra pericoli. Se i miei stivali lasciassero una macchia sul marmo del pavimento, George non la dovrà cancellare. Lasciatela lì come ricordo della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, ti ricorderà di fare la brava bambina.









Quando farai la cattivella e qualcuno indicherà la macchia lasciata dallo stivale del buon vecchio Babbo Natale, tu cosa durai, piccolo tesoro?









Arrivederci, ma solo per qualche minuto, fino a che scenderò sulla terra e suonerò il campanello della cucina. Il tuo caro Babbo Natale che qualcuno a volte chiama anche " l'Uomo della Luna "





mercoledì 6 gennaio 2016

Il pozzo dei Magi







Mai come oggi si è parlato di loro. Citati a proposito della difesa del Presepe, potrebbero essere considerati persino illustri nemici dell’Isis: infatti nonostante le origini mediorientali, fecero un lungo viaggio per recarsi ad omaggiare il neonato figlio del Dio dei Cristiani. E anche l’Unicef li ha chiamati in causa, invitandoli a portare dono, vaccini, medicine, cibo ai bambini dei paesi in guerra.









Tre re d’oriente, potenti, ricchi, ma anche filosofi, matematici e astrologi: sapevano da sempre che sarebbe
spuntata una stella cometa, che li avrebbe guidati nel viaggio dalla Persia e dall'Arabia Felix, forse persino dall'Afghanistan. " Pace in terra agli uomini di buona volontà ", cantavano allora gli angeli sopra la
grotta, slogan oggi impensabile. Suggestivo scoprire chi si celava davvero in Baldassarre, il pioù anziano, Gaspare, il re nero, e Molchiorre, un giovane biondo , a rappresentare le tre età dell'uomo, giovinezza,
maturità e vecchiaia, ma anche le diverse etnie, e le tre religioni monoteiste, cristiana, islamica ed ebraica.









Difficile oggi immaginare la convivenza tra tre tipologie così diverse. Citati in decine di opere letterarie,
riproposti ad ogni Epifania, quest'anno sono tornati in una suggestiva raccolta di racconti
La notte di Natale. Le leggende di Gesù ( Iperborea ) della svedese Selma Lagerlof, prima donna ad essere insignita del premio Nobel nel 1909. Il racconto che li riguarda ( politicamente scorretto? )
è intitolato Il pozzo dei Magi ed è narrato da una crudele protagonista la Siccità, che si aggira astiosa nella terra di Giudea tra i cardi rinsecchiti e l'erba gialla, al tremendo scopo di cancellare ogni traccia di vita.









Aveva già controllato il pozzo di Davide e le piscine di Salomone, quando era arrivata al cosidetto pozzo dei Magi, in procinto di inaridirsi, ridotto al lumicino, mentre cani e sciacalli assetati ululavano senza tregua.
Si era seduta sull'orlo del pozzo, sogghignando nel vederlo prosciugarsi e morire, quando si profilò all'orizzonte una strana carovana, ricchissima, con tanti cammelli e dromedari stracarichi. Li guidavano tre cavalieri, che le chiesero di raccontare la storia del vecchio pozzo.









Lei la conosceva bene, e narrò che nella città di Gabes, ai confini del deserto, vivevano tre vecchi saggi e sapienti, che però non erano tenuti in alcuna considerazione, perchè uno era troppo vecchio, l'altro aveva la lebbra e il terzo era un negro con le labbra molto grosse. Ma proprio a loro apparve un'immensa luce folgorante nel cielo, dapprima sembrava come un bocciolo chiuso, che presto si dischiuse in quattro petali giganteschi rivelando un cuore oro rosato.









Quella luce mai vista al mondo li aveva convinti della nascita di un piccolo re più potente di Ciro e di Alessandro, ed erano subito partiti alla sua ricerca, guidati dall'astro misterioso, convinti che il padre e la madre del bambino li avrebbero  ricompensati con ricchi doni. 









Ecco come Selma Lagerlof descrive la loro decisione di partire: " Presero i lunghi bastoni da pellegrino e si misero in cammino. Si trascinarono attraverso la città e fuori dalle porte, ma lì per un istante si sentirono smarriti, perchè davanti a loro si stendeva il vasto, arido, delizioso deserto, che gli uomini aborriscono...Tutta la notte avanzarono sull'immane piana di sabbia e per tutto il tragitto parlavano del giovane re appena nato".









Ma la perfida Siccità li seguiva passo a passo: per colpa sua diventarono così aridi nel cuore che quando giunsero alla grotta fuggirono alla vista di tanta povertà. E il frutto di tale miserabile egoismo fu la scomparsa della stella guida, fino a quando non si resero conto della loro ottusa cecità e la luce magica ritornò nel cielo,
per condurli ancora alla grotta e premiarli...E alla fine del racconto la perfida Siccità ebbe la sua punizione, perchè nei tre cavalieri non aveva subito riconosciuto i Magi , venuti a colmare il pozzo morente, con una grande scorta d'acqua trasportata dal paradiso...






giovedì 10 dicembre 2015

Storie di Natale, I figli di Babbo Natale, Italo Calvino






Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L'unico pensiero dei Consigli d'amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d'augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s'inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d'affari le grevi contese d'interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.









Alla Sbav quell'anno l'Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L'idea suscitò l'approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un'acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.







Mentre il capo dell'Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l'idea: l'Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l'Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l'Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.








Tutti erano presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto - come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.
In magazzino, il bene - materiale e spirituale - passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall'Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra " tredicesima mensilità " e " ore straordinarie ". Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio.









Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: - Ehi, tu! - disse a Marcovaldo. - Prova un po' come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d'agrifoglio. La barba d'ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall'aria.
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. " Dapprincipio, - pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! "
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. - Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. -Mah... Non vedete come sono vestito?
- E come vuoi essere vestito? - disse Pietruccio. - Da Babbo Natale, no?
- E m'avete riconosciuto subito?
- Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
- E il cognato della portinaia!
- E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
- E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
- Tutti vestiti da Babbo Natale? - chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
- Certo, tal quale come te, uffa, - risposero i bambini, - da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, - e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.








Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po' ci avevano fatto l'abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S'erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. - Si può sapere cosa state complottando? - chiese Marcovaldo.
- Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
- Regali per chi?
- Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
- Ma chi ve l'ha detto?
- C'è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: " Siete voi i bambini poveri! ", ma durante quella settimana s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: - Bambini poveri non ne esistono più!
S'alzò Michelino e chiese: - È per questo, papà, che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. - Ora devo guadagnare degli straordinari, - disse in fretta, - e poi ve li porto.
- Li guadagni come? - chiese Filippetto.
- Portando dei regali, - fece Marcovaldo.
- A noi?
- No, ad altri.
- Perché non a noi? Faresti prima..
Marcovaldo cercò di spiegare: - Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
- No.
- Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d'esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. - Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, - disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
- Andiamo, forse troverò un bambino povero, - disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.









Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste.









E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all'altro segnato sull'elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:
- La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. - Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
- La Sbav augura...
- Be', portate qua, - e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d'occhi, andava dietro al padre.








La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell'abete s'impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c'era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un'aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.









- Gianfranco, su, Gianfranco, - disse la governante, - hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
- Trecentododici, - sospirò il bambino - senz'alzare gli occhi dal libro. - Metta lí.
- È il trecentododicesimo regalo che arriva, - disse la governante. - Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
- Papà, quel bambino è un bambino povero? - chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s'affrettò a protestare: - Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell'Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator...
S'interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.
" Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l'ha scambiato per me e gli è andato dietro... " Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po' in pensiero e non vedeva l'ora di tornare a casa.








A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
- Di' un po', tu: dove t'eri cacciato?
- A casa, a prendere i regali... Si, i regali per quel bambino povero...
- Eh! Chi?
- Quello che se ne stava cosi triste.. - quello della villa con l'albero di Natale...
- A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
- Oh, li avevamo preparati bene... tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
- Figuriamoci! - disse Marcovaldo. - Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
- Sí, sí dei nostri... È corso subito a strappare la carta per vedere cos'erano...
- E cos'erano?
- Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno...
- E lui?
- Saltava dalla gioia! L'ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
- Come?
- Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo...
- Cos'era?
- Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza... Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell'albero di Natale. Poi è passato ai lampadari...
- Basta, basta, non voglio più sentire! E... il terzo regalo?
- Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l'ha fatto più felice. Diceva: " I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! " Ha cominciato ad accenderli, e...
-E...?









- …ha dato fuoco a tutto!
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. - Sono rovinato!
L'indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell'Ufficio Commerciale.
- Alt! - gli dissero, - scaricare tutto; subito!
" Ci siamo! " si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! - dissero i Capiufficio. - L'Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
- Cosi tutt'a un tratto... - commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima...
- È stata una scoperta improvvisa del presidente, - spiegò un altro. - Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi...
- Quel che più conta, - aggiunse il terzo, - è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d'ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato... Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d'un bambino... Il presidente dell'Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell'entusiasmo...








- Ma questo bambino, - chiese Marcovaldo con un filo di voce, - ha distrutto veramente molta roba?
- Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata...
Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.








E la città sembrava più piccola, raccolta in un'ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d'un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s'udiva l'ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un'impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C'era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po' più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina
( Italo Calvino )





Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")