Visualizzazione post con etichetta Fatterellando con Antonella e Audrey. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fatterellando con Antonella e Audrey. Mostra tutti i post

domenica 25 settembre 2016

Fatterellando, " Un libro, un film ": Come l'acqua per il cioccolato.





Torna l'autunno e con l'autunno ritorna Fatterellando che si era preso una lunga pausa estiva...ricominciamo da " Un libro, un film" anche se la scelta di questa volta risulta un po' insolita rispetto alle scelte più classiche effettuate fino ad ora. Una stiria un po magica, leggera,  una di quelle storie che si leggono d'estate sotto l'ombrellone oppure sdraiati in un bel prato
Come l'acqua per il cioccolato di Laura Esquivel ( Non so perchè in italiano hanno cambiato il titolo in "  Dolce come il cioccolato " ) - non, non spaventatevi non si tratta della Esquivel del " Mondo di Patty " - ma di una autrice sud americana di tutt'altro livello









Forse non ho mai detto che, quando sento che mi sta arrivando l'influenza vado al super mercato e mi compro un po' di libri di quelli che io e mio marito chiamiamo " libri da febbre alta " in genere si tratta di qualche romanzo della Pilcher ( una delle scrittrici più adatte  quando si è a letto con influenza e febbre ), quando ho visto questo libro proprio pensando a una cosa del genere, libri che si leggono  quando non si sta tanto bene, oppure in treno... e invece no, invece questo libro mi è proprio piaciuto, certo non un capolavoro, non un libro da leggere e rileggere ma comunque un bel libro









.Il sottotitolo recita "Romanzo piccante in dodici puntate
con ricette, amori, e rimedi casalinghi".
Bello! Fa pensare al feuilleton di una volta, segue i mesi, le stagioni, e ogni capitolo comincia con una ricetta di cucina. Che la narrativa sudamericana abbia più volte unito la letteratura con l'amore e con il gusto per i cibi non deve sorprendere, se si pensa all'indimenticabile romanzo di Jorge Amado "Donna Flor e i suoi due mariti", in cui l'arte di unire sapori e ingredienti faceva da pretesto a tutta la tessitura dell'impianto narrativo.








Al contrario, in "Come l'acqua per il cioccolato", ci troviamo letteralmente immersi in un almanacco che rappresenta un anno di vita, di amore, e di lotta per la conquista dell'uomo amato, da parte della protagonista, Tita, che eredita dalla nonna materna l'arte del saper cucinare.
Ogni ricetta porta con sè un frammento delle vicissitudini della protagonista, episodi quasi agiografici, che ruotano intorno alla cucina, luogo del sacro, del mistero, del magico e dell'ancestrale, dove convivono realtà e prodigio.
Una lettura torrida, piccante e coinvolgente, a metà strada tra un romanzo rosa, un ricettario e un suggestivo libro di leggende.








E così, in un almanacco cadenzato e ben costruito, l'incantesimo d'amore si svolge e trova vita nella preparazione di piatti indimenticabili per attirare l'attenzione di Pedro, sposo della sorella.
Il realismo magico, tipico della letteratura sudamericana é appena accennato in questo libro delizioso non solo da leggere. L'amore di Tita per la cucina viene trasmesso a Pedro e a tutti i commensali attraverso preparazioni culinarie perfette. Una tra tutte, quella delle quaglie in petali di rosa, in cui la preparazione viene descritta non come pura tecnica, ma come insieme di sortilegio, arte ed amore. Le rose, raccolte dalle mani dello stesso Pedro, debbono essere private dei petali delicatamente, e senza pungersi, perché la presenza del sangue altererebbe il sapore del piatto, e portare pericolose reazioni chimiche.








Per questa via, l'amore, quello vero, incontaminato, puro, ardente come il fuoco e delicato come una tiepida sera di marzo, si proclama, si esplica, si esprime in tutte le sue forme, soprattutto quelle ineffabili, che non si possono narrare, e che trovano ragione di esistere nell'intimo, e di esprimersi attraverso messaggi non verbali, ma non per questo meno efficaci.
Il finale non é da rivelare, perché di lettura divertente e gustosa.








La trama

   Siamo nel Messico del 1910, in piena Rivoluzione, e seguiamo le sorti della famiglia De La Garza e dei suoi servitori, ma soprattutto di Tita, la minore di tre sorelle.
   La famiglia De La Garza è capeggiata dalla severissima Mamma Elena, capace di spaccare perfettamente un’anguria solo facendo delle incisioni sulla buccia – e già questo dovrebbe darci un’idea di che tipo di donna è questa –, che ha tre figlie: Rosaura, Gertrudis e Tita.
   L’usanza in famiglia è che la figlia minore si occupi della madre fino alla sua morte, per cui quando un ragazzo di nome Pedro Muzquiz, innamorato di Tita e profondamente ricambiato, chiede la sua mano, questa gli viene rifiutata. Mamma Elena gli propone tuttavia di sposare un’altra sorella: Rosaura.









 Pedro accetta il compromesso solo per poter rimanere vicino a Tita e vengono così celebrate le nozze. Disastrose nozze, poiché nel preparare la torta del matrimonio aiutata da Nacha, la cuoca che ha insegnato a Tita i segreti della cucina, la ragazza piange nell’impasto della torta e questo provoca una strana intossicazione: gli invitati, nel mangiarla, non possono fare a meno di ricordare il loro amore perduto, e allora un’immensa tristezza s’impadronisce di loro. Il matrimonio culmina in una vomitata collettiva (descritta con talmente tanta audacia e maestria che non fa nemmeno schifo leggerla) perché quello è l'unico modo per smettere di piangere.









   Pedro e Rosaura abitano alla fattoria dei De La Garza e Rosaura ha un figlio da Pedro. Tuttavia l’amore che Pedro prova per Tita aleggia nell’aria come i fumi della cucina, di cui Tita è diventata la responsabile dopo la morte della cuoca Nacha. Nei suoi piatti Tita trasferisce il desiderio che sente per Pedro, e in una di queste ricette (quaglie ai petali di rosa) si crea un’alchimia con la quale i ragazzi comunicano, per la quale «Tita era l’emittente, Pedro il destinatario e Gertrudis la fortunata nella quale si creava, grazie al cibo, la sintesi di questo singolare rapporto sessuale.» Per placare questa passione Gertrudis corre a fare la doccia, ma le gocce d’acqua evaporano prima di raggiungere la sua pelle. Il suo aroma di rose si espande così violentemente e velocemente che, a molta distanza, il rivoluzionario Juan sente questo irresistibile aroma, abbandona la battaglia, corre a cavallo fino alla fattoria dei De La Garza e, al suo arrivo, trova Gertrudis che gli corre incontro, ancora nuda, mentre fugge dall’incendio che il suo corpo troppo caldo ha causato nelle docce. Juan la fa salire in sella e i due si allontanano al galoppo presi da passione incontrollabile.









   Data l’attrazione palpabile fra Tita e Pedro, Mamma Elena decide che Rosaura e il marito si trasferiranno altrove. Poche settimane dopo la loro partenza giunge un terribile messaggio: il figlio di Rosaura, il nipote a cui Tita si era tanto affezionata e che aveva allattato al posto di sua sorella con del latte che era scaturito come per magia dal suo seno, è morto. Mamma Elena non si scompone alla notizia, al contrario rimane fredda come sempre, e allora tutto il risentimento che Tita prova nei suoi confronti esplode, e la ragazza la accusa di essere la colpevole della morte del nipote e fugge nella piccionaia.








   Giorni dopo Tita è come impazzita: non si è mossa dalla piccionaia, non vuole scendere, si rifiuta di parlare. Un dottore nordamericano amico di famiglia, che ha sempre avuto un debole per Tita, il dottor John Brown, va a prendere la ragazza e la porta in casa sua. Lentamente Tita si ristabilisce e, alla notizia che i rivoluzionari hanno razziato la fattoria e reso la madre paraplegica con un colpo alla schiena, decide di tornare a prendersi cura di lei con l’aiuto del dottor Brown, al quale nel frattempo si è affezionata. Nonostante le cure Mama Elena muore pochi mesi dopo e Rosaura, che ha ereditato la fattoria, e Pedro tornano in paese.






   Ricomincia la convivenza di più relazioni e gelosie: John Brown ha chiesto la mano di Tita e lei ha accettato, così Pedro è geloso per lei e Rosaura, che ha avuto un'altra figlia, è gelosa per le attenzioni del marito verso la sorella.
   Poco prima delle nozze Pedro sorprende Tita nella camera scura dove Mamma Elena era solita fare il bagno e i due finalmente fanno l’amore. Dopodiché Tita non se la sente di sposare John Brown e annulla le nozze.








   Passano gli anni e la figlia di Rosaura, Esperanza, cresce e diventa una ragazza intelligente e bella, e si salva dallo stesso destino di Tita di accudire la madre fino alla morte, perché Rosaura muore a seguito di dolori che l’affliggevano da tempo.
   Dopo il matrimonio di Esperanza la fattoria è svuotata: rimangono solo Pedro e Tita. I due fanno l’amore per l’ultima volta nella camera buia e il loro piacere e il loro amore sono tali da «accendere tutti i fiammiferi che portiamo dentro di noi», come una volta il dottor Brown aveva detto a Tita, così che i due raggiungendo il piacere perdono l’anima in quell’estasi e l’intera fattoria viene scossa dai loro corpi che iniziano a scintillare e brillare, come fuochi d’artificio.







Lo stile

   Probabilmente più che la storia in sé è stato lo stile del libro a conquistarmi. Uno stile che definirei tipicamente sudamericano, ma diverso da qualsiasi altro autore sudamericano che io abbia mai letto. Non schietto e in qualche modo semplice come Gabriel Garcìa Marquez, non naturalmente magico come Isabel Allende.








   Definirei questo libro come un sogno: si sviluppa in mezzo alla nebbia calda e umida degli odori della cucina di Tita, e come in un sogno sembra che ogni cosa abbia contorni sfocati. Gli accadimenti magici che avvengono grazie alle sue ricette sono ben accetti anche se esagerati e davvero assurdi, perché la sensazione è proprio quella di essere in un momento magico dove tutto può succedere. Non mi disturba il fatto che ci siano degli spiriti, o che delle lacrime in una torta facciano ricordare l’amore perduto, o ancora che alcuni fatti siano inspiegabili, perché questo è parte del fascino del libro.









   Il modo di pensare e di prendere la vita della scrittrice traspare in queste righe, e ancora devo dire che è un modo che ho ritrovato in tutti i romanzi di autori sudamericani. Forse è per questo che mi ci ritrovo così bene, è un atteggiamento che un popolo intero condivide . Questo atteggiamento è qualcosa che condivido, anche se non so come spiegarlo a parole. Se avete letto un qualsiasi romanzo di un autore sudamericano potete capirmi: è quella sensazione di vivere in un mondo dove tutto è naturale e semplice, dove i grandi avvenimenti che sconvolgono il nostro mondo hanno, paradossalmente, meno importanza dei piccoli dettagli e delle storie personali che ognuno si porta dietro.







I personaggi

   Non so chi sia il vero protagonista di questa storia, se la cucina o l’amore. È la prima volta che mi viene da considerare protagonista qualcosa come l’amore o la cucina e non un personaggio nel senso classico del termine. Il fatto è che nel romanzo la cucina dipende dall’amore e l’amore dalla cucina, ed è grazie a questi due elementi che la storia va avanti, più che grazie ai personaggi.
   Per di più, come al solito (non è una novità) la mia Intolleranza ai Protagonisti mi ha fatto detestare un po’ Tita e verso la fine anche Pedro. Invece ho adorato Mamma Elena, la serva Chencha e la sorella maggiore Gertrudis.









   Tita, a mio parere, è fin troppo buona. Il fatto che anche dopo tutto quello che Mamma Elena e Rosaura le hanno fatto lei ancora le aiuti e provi pena per loro è assurdo! La rende uno di quei personaggi forzatamente buoni, una di quelle persone perfette che non provano rabbia contro gli altri e sono invece inclini a perdonare e porgere l’altra guancia. Non che persone del genere non esistano (anche se io personalmente non ne ho mai conosciuta nessuna) ma nei libri i personaggi troppo perfetti mi danno fastidio, mi creano una sorta di insopportabile irritazione.








   Inoltre mi ha infastidito il rapporto fra Tita e Rosaura, o meglio, l’atteggiamento che Tita ha con Rosaura e la descrizione del carattere di quest’ultima. Tutti i pregi sono andati a Tita e tutti i difetti a Rosaura, tanto che la sorella maggiore è quella grassa, brutta e cattiva che fa le puzze e ha l’alitosi. Mi sembra un modo davvero esagerato e infantile per rendere un personaggio negativo, e questa sensazione di infantilità viene amplificata dal comportamento di Tita, che le rinfaccia le cose come se fosse un bambina di otto anni.









   Invece la prostituta/soldatessa Gertrudis figlia segreta del Mulatto mi ha conquistata, e anche la pettegola e dolce Chencha.
   La mia preferita fra tutte queste donne, comunque, rimane la più cattiva: Mamma Elena. Perché non si può non rispettare una donna che sa tagliare l’anguria a fette precise solo incidendo la buccia! A parte questo fondamentale punto, Mamma Elena è uno dei personaggi con più sfaccettature che ci sono nella storia. Suppongo che questo sia uno dei punti a favore dei personaggi che sembrano così rigidi e inquadrati: all’improvviso viene mostrato un lato di loro che nessuno conosceva, ed è giusto così, perché nessuno ha una sola sfaccettatura! Per di più Mamma Elena è una madre, e tutte le madri hanno dei segreti, per cui quando scopriamo il suo ognuno di noi - madri o figli - può ben calarsi nella parte di Elena o di Tita. La storia di Mamma Elena e del Mulatto è una delle mie preferite, seguita subito dopo da quella di Gertrudis e del soldato Juan.








In conclusione…

   “Come l’acqua per il cioccolato” è uno di quei romanzi da leggere una sola volta nella vita, perché future riletture rovinerebbero il libro.
   Dalle riletture ci aspettiamo molto, siamo davvero pretenziosi: vogliamo che un libro ci emozioni come la prima volta, ma questo non è possibile perché sappiamo come andrà a finire e non c’è più la sorpresa! Non sarà mai come la prima volta! E non è certamente un libro che in letture successive alla prima può svelare nuove tematiche o emozioni.
   “Dolce come il cioccolato” è uno di quei libri che non voglio rovinare con delle riletture, che ci fanno vedere il tutto sotto un luce diversa, la luce della ragione e non quella della passione. Lo voglio conservare nella memoria assieme a tutti i sentimenti che mi ha fatto provare alla prima volta, senza che venga “annacquato” da ragionamenti a posteriori.
   In fondo così accade con la cucina: nessuno potrà mai cucinare nello stesso identico modo le Quaglie ai Petali di Rosa, il Brodo di Coda di Bue o i Peperoni in Salsa di Noci, per cui è meglio gustarli con la maggior attenzione possibile e conservarne il ricordo fino a che non finiamo la nostra scatola di fiammiferi.









La ricetta



La ricetta proposta da questo libro da rifare assolutamente? Beh! Io direi "Le quaglie ai petali di rosa" capaci di portare una passione sfrenata già al primo morso.
Io le ho cucinate...provare per credere!


«D’un tratto sentì chiaramente la voce di Nacha, che le dettava una ricetta preispanica dove si utilizzavano i petali di rosa. Tita l’aveva mezza scordata, giacché per farla ci volevano i fagiani, e nel rancio non si era mai allevato questa specie di volatile.
L’unica cosa disponibile al momento erano le quaglie, di modo che si decise di alterare leggermente la ricetta, a patto di utilizzare i fiori.»



Cuoco: Laura Esquivel

Ingredienti:

-          12 rose, preferibilmente rosse
-          12 castagne
-          2 cucchiai di burro
-          2 cucchiai di fecola di mais
-          2 gocce d’essenza di rose
-          2 cucchiai di anice
-          2 cucchiai di miele
-          2 teste d’aglio
-          6 quaglie
-          1 pithaya rossa


Preparazione:

«Spennare le quaglie, sviscerarle e metterle a friggere. Si leghino le zampe, perché l’uccello conservi una postura graziosa allorché messo a dorare nel burro, con una spolverata di pepe e sale a piacere.

Si stacchino con cura i petali dalle rose, in modo da non pungersi le dita. Una volta sfogliati, si macinano assieme all’anice.

 A parte, le castagne si mettono a dorare, sgusciate, e si cuociono in acqua. Dopodiché le si riduce in purea. L’aglio sarà tritato finemente e messo a dorare nel burro; una volta ben fritto gli si aggiunge la purea di castagne, il miele, la pithaya macinata, i petali di rosa, e sale a piacimento. Per addensare un poco la salsa, vi si possono aggiungere due cucchiaiate di fecola di mais. Infine, si passa per un setaccio e vi si aggiungono solo due gocce d’essenza di rose, non di più.

Quando la salsa è ben condita si ritiri dal fuoco. Le quagli saranno immerse nella salsa per soli dieci minuti, perché se impregnino del suo sapore, dopodiché saranno tolte. Queste si mettono in un vassoio, gli si versa la salsa e si decorano con una rosa intera al centro e con petali ai lati, oppure si possono servire direttamente in un piatto individuale invece di usare il vassoio.»



Dove trovarla: nei ranci disseminati nella riarsa campagna argentina



Effetti della pietanza: «A Gertrudis successe qualcosa di bizzarro. Sembrava che l’alimento che stava ingerendo produceva in lei un effetto afrodisiaco, tanto che iniziò a sentire un calore intenso invaderle le gambe.
Sentì un’imperiosa necessità di fare un bagno e corse a prepararlo.
Il calore che esalava il suo corpo era talmente intenso che, presa dal panico di morire arsa dalle fiamme fuggì via correndo dalla stanza, così com’era, completamente nuda.
Juan abbandonò il campo di battaglia senza sapere perché. Una forza superiore controllava le sue azioni. Lo guidava l’odore del corpo di Gertrude. Arrivò giusto in tempo per scoprirla mentre correva in mezzo alla campagna.»
Senza smettere di galoppare per non perder tempo, si inclinò, la afferrò per la vita, la montò a cavallo davanti a sé sistemandola  in modo da stare faccia a faccia, e se la portò via.
Il movimento del cavallo si confondeva con quello dei loro corpi mentre realizzavano la loro prima copulazione in pieno galoppo e con alto coefficiente di difficoltà.»



L’Opinione: «Da quel giorno le quaglie ai petali di rosa diventarono un muto ricordo di questa esperienza affascinante. Tita le cucinava ogni anno come omaggio alla libertà che sua sorella aveva conquistato, e curava con speciale puntiglio la decorazione delle quaglie.»










La curiosità di Antonella


Una nota di merito va all'edizione italiana del film che ha scelto di mantenere fedele il titolo originale traducendolo letteralmente. L'infelice traduzione del libro ( Dolce come il cioccolato )  purtroppo si allontana molto dal significato della tipica espressione sud - americana, come agua para chocolate, che attraverso la metafora dell'acqua che raggiunge l'ebollizione durante la preparazione di una cioccolata calda ( in Sud - America la cioccolata si prepara con l'acqua e non con il latte ), è intesa con il significato di " bollire di rabbia" La frase però assume anche altre connotazioni che la legano alla passione, all'eccitazione sessuale e, non per ultimo, alla perfezione tra due cose o persone quando per magia si uniscono creando una delizia bollente come l'acqua per fare la cioccolata calda.








Ora come di consueto vi invito a passare da Audrey che vi farà scoprire tutto sul film tratto da questo libro.

( Immagini dal web )









post signature

sabato 19 marzo 2016

Fabergè e le uova dello Zar, terza edizione





Il tempo vola...sembra ieri che Audrey ed io eravamo qui a scrivervi gli auguri del nostro Fatterellando/ Aspettando Natale e adesso eccoci qui con i nostri auguri pasquali...come gli scorsi anni il nostro Buona Pasqua è accompagnato da due delle meravigliose uova imperiali di Fabergè.
Audrei sul suo blog vi proporrà, per questa terza edizione dello Speciale Pasqua due uova spettacolari:      da parte mia vi presento il Winter Egg e il Mosaic Egg



Winter Egg - 1913

Presentato da Nicola II a Maria Fyodorovna

Work-master - Albert Holmström
Progettato da Alma Theresia Pihl

Dimensioni : altezza tot. 14,2 cm
altezza dell’ uovo 10,2 cm. - altezza della sorpresa 8,2 cm.

Proprietario - Collezione Privata, Qatar
Valore $9.6 milioni nel 2002 









L’uovo d’Inverno è fatto di cristallo di rocca, platino, diamanti taglio rosa, diamanti taglio brillante e pietra di luna (selenite). Il canestro in miniatura è realizzato in platino, oro, quarzo bianco, nefrite, granati demantoidi verdi.
Il demantoide è una pietra preziosa molto brillante, un granato verde; il suo nome deriva dall' olandese e significa più o meno "simile al diamante". Esso si riferisce alla particolare caratteristica di questa gemma, dalla brillantezza e luminosità uniche. Alcuni rivenditori di gemme sostengono che il demantoide splende e riluce anche al buio.









Lo spettro cromatico del demantoide include molte varietà di verde e va dal leggermente verde giallino, al verde brunito con una brillantezza dorata. Molto prezioso è quello di profondo verde smeraldo, che tuttavia è veramente molto raro. Esso, non soltanto è una pietra rara e raffinata, ma di solito è anche piuttosto piccola, cosicchè è difficile trovare esemplari di una certa dimensione. Soltanto poche pietre possono raggiungere più di due carati dopo il taglio; molte pesano circa un carato. Quando il demantoide fu scoperto per la prima volta negli Urali, in Russia, nel 1868, esso raggiunse rapidamente la posizione di una gemma particolarmente ricercata. Come una cometa luccicò e brillò esibendo il suo fuoco presso le gioiellerie di Parigi, New York e S. Pietroburgo. Fabergé fu affascinato dalla sua attraente brillantezza, e amò utilizzarlo nei suoi oggetti preziosi.









La storia della scoperta della vena sembra essere stata presa da un racconto di avventura: nel sud di Damaraland, presso il monte Spitzkoppe, a volte chiamato il Matterhorn Africano, sotto l'ustionante sole africano, nulla si muove; molto distante all'orizzonte, la "montagna nera" sembra tremolare nella foschia. E' una terra arida e dura e tuttavia, per un'eternità, essa ha nascosto uno sconosciuto tesoro: le gemme.
Milioni di anni fa, il magma liquido si è spinto dalle viscere della terra fino alla superficie, e si è pietrificato poco sotto di essa. Nel corso del tempo i venti e le intemperie hanno eroso gli strati finchè è rimasta solo la montagna di granito dell'appuntito Spitzkoppe e, naturalmente, le preziose gemme. Ma nessuno aveva la minima idea della loro esistenza, finchè nel dicembre 1996, un capraio errante si imbattè in alcune strutture cristalline che avevano attirato la sua attenzione e suscitato la sua curiosità.










L’uovo è incastonato su una base di cristallo di rocca a forma di blocco di ghiaccio che sta per sciogliersi; applicata in platino con diamanti taglio a rosa, la cerniera verticale racchiude in cima una pietra di luna cabochon, dipinta sul retro con la data 1913. Il corpo sottile dell’uovo è trasparente, finemente intagliato con delicate incisioni sul lato interno, che simulano cristalli di ghiaccio; l'esterno è ulteriormente inciso e nelle linee intagliate sono incastonati motivi in platino e diamanti taglio a rosa.










La sorpresa è un canestro, con doppio manico in platino e diamanti rosa, pieno di anemoni selvatici; ogni fiore è realisticamente ricavato da un unico pezzo di quarzo bianco con stelo e stami in filo d'oro; il centro è costituito da un granato demantoide, scolpito aperto o in un bocciolo. Le foglie sono delicate sculture in nefrite, che emergono da un letto di muschio d'oro, la base del cesto porta incise in lettere romane "Fabergé 1913". Sia l’uovo che la base sono datate 1913, un anno importante per i Romanov, poiché segnava il terzo centenario della dinastia, sontuosamente celebrato in tutta la Russia imperiale.









La storia del Winter Egg è una delle meglio documentate; conosciamo i workmaster, il progettista e forse anche l’intagliatore delle pietre, e se ne conosce anche il costo. La fattura originale Fabergè nell’Archivio di Stato russo registra l’acquisto per 24.600 rubli, il prezzo più alto mai pagato per un uovo imperiale, pari a circa 12,500 dollari (del 1913). La fattura descrive anche i dettagli della composizione: 1.300 diamanti taglio rosa, 360 brillanti e nel cesto 1.378 diamanti taglio rosa.
Le composizioni floreali create per il “Winter Egg” e per il “ Spring Flower Egg” , spiccano tra le opere più tecnicamente impegnative prodotte dalla Maison Fabergè; i fiori di primavera erano un motivo particolarmente celebre e richiesto tra l’elite russa, in quanto simbolo di felicità e di rinnovata speranza, dopo il lungo e impietoso inverno russo.
Il tema era stato introdotto dal designer Alma Pihl. Quando le venne affidata una commissione urgente (una quarantina di piccole spille per il magnate Dr. Emanuel Nobel), trasse l’ispirazione dalle correnti d’aria e dalla luce scintillante del sole, che filtrava attraverso la finestra della bottega. Le spille (probabilmente destinate ad essere donate alle moglie di clienti stranieri durante le sue cene d’affari ) dovevano essere di un design completamente nuovo, ma il materiale doveva essere poco costoso, in modo da non essere interpretato come una tangente.
Fu una grande opportunità per Alma: la finestra del laboratorio, pieno di spifferi e di correnti d’aria, quando il sole splendeva, abbagliava come un giardino incantato di fiori di gelo. Lo spettacolo la ispirò e le spille ebbero un enorme successo; il Dr. Nobel fece altre commissioni simili. Per tutto l’inverno disegnò bracciali di fiori di ghiaccio, ciondoli e spille, in platino, argento con piccoli diamanti incastonati. Le venne poi chiesto di progettare l’uovo imperiale per la Pasqua dell’anno successivo. Poiché nel Nord Europa, la Pasqua cade quando le nevi si stanno sciogliendo, la luce sta tornando e il sole spesso brilla in un cielo blu chiaro, ella pensò di disegnare un uovo con una ambientazione invernale: il “Winter Egg”.










L’uovo d’Inverno rappresenta brillantemente questo periodo dell’anno e il cristallo di rocca siberiano è il materiale più idoneo a raffigurare il ghiaccio. In aprile un magico tappeto di anemoni selvatici appare nelle foreste: Alma scelse un piccolo cestino di platino pieno di questi simbolici fiori primaverili, scolpiti in quarzo bianco, come sorpresa per questo uovo.









Non abbiamo alcuna prova scritta della reazione della vedova imperatrice, ma ad Alma fu chiesto di progettare l’uovo per la zarina Alexandra per la Pasqua dell’anno successivo: l’uovo Mosaico,ora nella collezione della regina Elisabetta II.
La carriera di Alma finì con la Rivoluzione russa.
Dopo anni di stenti, lei e il marito Nikolai Klee finalmente ottennero il permesso di lasciare Pietrogrado (l'amata San Pietroburgo) per la Finlandia nel 1921.
Una signora minuta, dagli occhi penetranti, sempre cordiale, insegnò arte in una scuola secondaria dal 1928 al 1951: i suoi allievi ricordano benevolmente la loro insegnante, pur non sapendo nulla del suo passato, sebbene ella durante le lezioni trasformasse miracolosamente, con l’aggiunta di un tratto a matita qua e là, i loro disegni in opere d’arte.








L'uovo d'Inverno è stata nel 1927 una delle nove uova imperiale vendute dall’ Antikvariat e passò di mano in mano, tra molti proprietari. Scomparve intorno al 1975 e ricomparve nel 1994 in una cassetta di sicurezza a Londra. Nel novembre 1994 fu venduto da Christie's a Ginevra a nome di un offerente telefonico, che agiva per un acquirente americano. Nel 2002 è stato venduto da Christie's di New York ad un emiro del Qatar.




********************************************************











Mosaic Egg - 1914

Presentato da Nicola II a Alexandra Fyodorovna

Dimensioni: altezza 9.5 cm (altezza miniatura :7,9 cm)

Proprietario: Elisabetta II HM Collection








Questo bellissimo uovo di Pasqua, presentato dallo zar Nicola II a sua moglie, l'imperatrice Aleksandra Fyodorovna il 19 aprile 1914, è costituito da un sistema di cinghie in oro giallo, con applicata una rete di platino con diamanti e gemme colorate, tra cui zaffiri, rubini, smeraldi, perle, pietra di luna, topazi, quarzi, granati, a comporre motivi floreali. Questa tecnica imita l'aspetto di un arazzo ricamato a piccolo punto. L'uovo è stata elaborato da Albert Holmström (1876-1925).

Il motivo del fiore a piccolo punto, ripetuto sui cinque medaglioni ovali è stato progettato da Alma Theresia Pihl, che proveniva da una nota famiglia di gioiellieri impiegati da Fabergé. Nel 1909, all'età di 20 anni, Alma si iscrisse nella bottega dello zio come apprendista disegnatore, responsabile di effettuare i disegni accurati di ogni oggetto eseguito nel laboratorio.





Cominciò a progettare oggetti essa stessa e divenne assistente designer.  Come abbiamo visto Il suo primo grande progetto furono una quarantina di piccole spille commissionate dal Dott. Emanuel Nobel nel 1912. Nel 1913 le fu chiesto di progettare l'Imperial Egg di Pasqua da presentare all’imperatrice vedova, Maria Feodorovna. Questo uovo è noto come “Winter Egg”.









Fu un tale successo che le venne richiesto di disegnare l'uovo dell'anno successivo. Secondo un' intervista rilasciata da Alma Pihl al nipote prima della sua morte nel 1976, l'ispirazione per la progettazione del Mosaico Egg le venne durante una tranquilla serata con il marito Nikolai Klee e la suocera, all'inizio del 1913. Alma stava leggendo un libro e alzò lo sguardo per ammirare il ricamo che la suocera stava eseguendo; l'idea di tradurre il piccolo-punto in metallo e pietre preziose le balzò alla mente subito.









Nel laboratorio si iniziò subito a sperimentare questa idea. Ci furono almeno due prototipi: un disegno ad acquerello appare nel libro di Holmström Albert's del 24 luglio 1913; raffigura una spilla circolare con pietre colorate in un motivo floreale, il cui effetto è descritto come mosaico, da cui il nome dato all’uovo. Non è noto se la spilla circolare sia stata mai fatta, ma una spilla ottagonale con un analogo motivo floreale a mosaico fu eseguita, e si trova nella collezione della famiglia Woolf.










Ciascuna delle piccole pietre preziose dovette essere tagliata con precisione e calibrata per adattarsi alla gabbia di platino curva, che le mantiene in posizione.
L’uovo è diviso in cinque pannelli ovali con mezze perle all'interno di linee di smalto bianco opaco. Cinque diamanti taglio brillante sono fissati ad ogni intersezione; è inoltre decorato da griglie di volute di diamanti taglio rosa e nella parte superiore è incastonata una pietra di luna, attraverso la quale si può vedere il monogramma d'oro della zarina in caratteri russi, intarsiato su una placca smaltata rosa pallido, utilizzata come un foglio.








L'abilità dimostrata nella realizzazione di questo uovo,
illustra il livello di artigianalità eccelsa del laboratorio Fabergé.








L’ uovo mosaico è una combinazione di femminilità domestica e audacia artistica; purtroppo la carriera di designer di Alma fu interrotta dalla Rivoluzione del 1917. L’azienda Fabergè fu chiusa dal nuovo regime, i suoi artisti sparsi in esilio e i beni confiscati dal governo bolscevico. Peter Carl Fabergé fuggì: prima in Germania, poi in Svizzera, ma non si adattò mai alla vita fuori dalla Russia e morì nel settembre del 1920 all'età di 74 anni.Alma Pihl si rifugiò in Finlandia, dove visse fino alla sua morte nel 1976, raccontando ad una generazione più giovane le storie del mondo perduto del grande gioielliere Fabergè.









Nascosto all'interno dell'uovo vi è un medaglione smaltato, tenuto in posizione da due clip in oro e sormontato dalla corona imperiale in diamanti taglio rosa. E’ fatto di oro, perle, diamanti, granati verdi, verde traslucido, bianco opaco, smalto opalescente nero di seppia, rosa pallido, verde chiaro e pallido grisaglia.
La sorpresa estraibile è una miniatura - gioiello su un telaio smaltato con dipinti in rilievo i profili dei cinque figli della coppia imperiale, in un cameo stile spilla.










I ritratti sono incorniciati da smalto verde e perle; il retro, smaltato in color seppia, contiene i nomi dei 5 bambini (Anastasia Nikolaevna , Alexis Romanov , Olga Nikolaevna , Marija Nikolaevna , Tatiana Romanov ) e la data "1914" intorno a un cesto di fiori.
La base ovale con stelo a forma di vaso in smalto bianco, accoglie diamanti, smeraldi e due perle sospese. Un curioso marchio sul piedistallo della sorpresa è stato posto da Carl Fabergé come tributo a suo padre, Gustav, nel centesimo anniversario della sua nascita (1914 ).









In un certo senso la storia di Fabergè finisce con questo uovo; quello stesso anno la guerra avrebbe posto fine all’era dei privilegi e del lusso. L’azienda avrebbe continuato a produrre uova pasquali per altri due anni, ma il costo del conflitto avrebbe significato austerità feroce per la Russia, gli zar e Fabergè. Questo fu l’ultimo uovo di Pasqua fatto senza le costrizioni di un mondo esterno minaccioso.


L'età di Fabergé era finita.
Da solo
aveva 'ridefinito il significato di eleganza
in un mondo di splendore stravagante'.









L’uovo fu confiscato dal governo provvisorio nel 1917, venduto nel 1933 per 5.000 rubli e successivamente acquistato da re Giorgio V il 22 maggio 1933 per  250 sterline, probabilmente per il compleanno della regina Mary (26 maggio) ed ereditato nel 1953 dalle regina Elisabetta II.





********************************************************




La curiosità di Antonella




Uova Fabergè per Kelch

Il nobiluomo russo Alexander Kelch ha commissionato a Fabergé sette uova di Pasqua gioiello, una ogni anno dal 1898 al 1904, per regalarle alla moglie Barbara.

Furono realizzate sotto la supervisione di Michael Perkhin, all'epoca secondo mastro orafo della Fabergé, che si ispirò a quelle imperiali

Le sette uova Kelch sono altrettanto belle, se non addirittura più sontuose, di quelle della serie imperiale, hanno maggiori dimensioni e con tutta probabilità, costarono molto di più.

Uovo con gallina per Kelch
Uovo con dodici pannelli
Uovo pigna
Uovo dei fiori di melo
Uovo rocaille
Uovo bomboniera
Uovo con gallo

Barbara vendette le uova nel 1920.




*********************************************************






( Fonte ed immagini web)
( Wall Audrey )



Uova Fabergè pubblicate su questo blog:







post signature

venerdì 19 febbraio 2016

Fatterellando Luisa Spagnoli








"Chi corre verso il futuro dimenticando il suo passato smarrisce la propria identità"

NICOLETTA SPAGNOLI

Luisa Spagnoli: colei che ha creato la Perugina- bacio compreso - nonchè la linea di abbigliamento che porta il suo nome. Il tutto in un epoca come i primi del novecento, dove un'imprenditrice donna incarnava un ossimoro piuttosto che una consuetudine. 
Non solo, biografia alla mano si apprende che la Spagnoli era di umili origini e che la sua carriera ha preso il volo grazie  alla caparbirtà della donna, decisa a combattere i pregiudizi dell'epoca e pronta a scommettere sulle proprie intuizioni commerciali.
Ad aiutarla contribuivano il suo naturale talento per la dialettica, la cucina e il cucito.









Dulcis in fundo, dal punto di vista personale pare sia stata  tra le prime donne a cedere al fascino del toy boy: nonostante il felice matrimonio Luisa ha subito il fascino ( più mentale che fisico ) del giovane Buitoni , di 14 anni più giovane della donna. Tra i due l'amore scoppia irrefrenabile ma il tutto si declina con molta dignità:  quando apprende del tradimento il marito decide di farsi da parte  e si allontana dalla moglie, continuerà però a sostenerla a " distanza " e  ad educare i loro tre figli.









Quanto alla Spagnoli e al suo giovane amante la coppia affronterà i pregiudizi dell'epoca per poi perdersi di vista e ricongiungersi in punto di morte.
Insomma una potente storia al femminile a prova di modernità








La storia dell’azienda ebbe inizio intorno al 1928 grazie allo straordinario spirito imprenditoriale di Luisa Spagnoli. Nata a Perugia nel 1877 dotata di straordinaria modernità e di grande creatività ha dato vita a due grandi aziende, la Perugina e la Luisa Spagnoli, che hanno svolto un ruolo primario nel processo di industrializzazione dell’Umbria e dell’Italia stessa.








Luisa anticipò di mezzo secolo l’evoluzione della presenza femminile nel campo del lavoro, non solo per la sua figura di imprenditrice, ma anche per l’inserimento della donna nell’attività industriale.









Nel 1928 Luisa introdusse per prima l’utilizzo del filato d’angora per produrre capi di maglieria. Dal pelo di una particolare razza di conigli, di cui avviò l’allevamento nel parco della sua villa a Perugia ottenne un filato sottile ed omogeneo con il quale iniziò la produzione di manufatti raffinati ed eleganti conseguendo un grande successo nel campo della moda di quel tempo e determinando lo sviluppo di una fiorente attività e la creazione di un centinaio di posti di lavoro.








Fino ad allora, l'allevamento del coniglio d'angora non aveva molto interessato gli allevamenti italiani. Nel nostro paese era in vendita del filato di provenienza estera che, lavorato ai ferri, forniva indumenti grossi e scarsamente considerati.









Luisa Spagnoli, già conosciuta per le sue molteplici attività industriali ed agricole, fu la prima a rilevare queste deficienze. Iniziò nel suo allevamento di Santa Lucia alcuni esperimenti di selezione del coniglio d'angora.

Nello stesso periodo mettendo a profitto l'abilità delle donne Italiane nella filatura a mano, raggiunse risultati mai fino ad allora ottenuti sia riguardo alla sottigliezza che all'omogeneità del filato. Nacquero così i primi indumenti d'angora italiani, che ottennero da subito un grande successo.








Le confezioni Spagnoli, per la consistenza del tessuto, la classicità e l'eleganza delle linee e l'armonia dei colori, suscitarono subito il favore dei compratori, sia italiano che esteri, i quali li giudicarono di gran lunga superiori a tutti i manufatti di angora allora in commercio. Si ponevano così i presupposti per un'attività nuova e prettamente italiana atta a valorizzare le pregevoli caratteristiche di una materia prima nazionale.








Alla prematura scomparsa di Luisa Spagnoli, nel 1935, la guida dell’azienda fu assunta dal figlio Mario. In 10 anni diffuse la conoscenza ed il prestigio dell’Azienda sul mercato nazionale ed internazionale dando all’attività le caratteristiche proprie di una vera industria, pur continuando a curare, nella manifattura dei capi, i requisiti di qualità e gusto propri di un prodotto artigianale.








La genialità di Mario Spagnoli risiede nell’aver dotato l’Azienda di una propria rete commerciale dedicata esclusivamente alla vendita dei propri prodotti. Il primo negozio Luisa Spagnoli fu aperto a Perugia nel 1940. Negli anni successivi seguirono Firenze, Roma, Venezia, Napoli e Milano, portando la presenza del marchio Luisa Spagnoli nelle principali piazze e vie delle più importanti città italiane.








Ereditando dalla madre fantasia e genialità creativa, sviluppò l’idea imprenditoriale. Il 12 Aprile 1937 l’azienda viene registrata presso la camera di commercio di Perugia come ditta individuale.

Nel 1943 l’Angora Spagnoli viene riconosciuta come l’industria più grande e moderna d’Europa nel suo settore: con 525 dipendenti e 8000 allevamenti diretti di conigli d’angora. Nel 1944, nonostante la distruzione dello stabilimento, l’azienda riesce a superare brillantemente la crisi bellica.

Mario diffuse, attraverso un efficace propaganda, l’allevamento del coniglio d’angora, tanto da portare il numero degli allevatori italiani agli inizi degli anni ‘50 a circa 20.000.








Formulò, seguendo le idee della madre, il progetto della Città dell’Angora, un modello di efficienza produttiva fondato sul soddisfacimento delle esigenze dei lavoratori. Da semplice luogo destinato alla produzione,l’azienda, circondata dalle abitazioni dei dipendenti, sarebbe divenuta una comunità autosufficiente, organizzata provvista di strutture ricettive come asili nido, doposcuola, chiesa, strutture sportive e ricreative. Anche se realizzato solo parzialmente il progetto contribuì a rinsaldare i legami tra azienda e dipendenti









Nel 1953 la responsabilità dell’azienda passa nelle mani di Lino Spagnoli, figlio di Mario, che rafforzò e valorizzò il patrimonio che gli era stato affidato, spingendo moltissimo sull’innovazione e sull’ampliamento della rete di vendita.

Con la sua abilità nel precorrere i tempi e la capacità di cogliere con tempestività la necessità di mutamenti organizzativi, produttivi e commerciali, Lino Spagnoli è stato l’artefice della progressiva valorizzazione di tutte le potenzialità dell’azienda creando le basi dell’attuale assetto dell’impresa. Egli ebbe il grande merito di diffondere una cultura d’impresa attenta all’orientamento strategico, al marketing, alla distribuzione e gestione finanziaria.

Sotto la sua dirigenza, infatti, la produzione della linea di confezioni, che affiancava quella più tradizionale di maglieria, fu potenziata e la rete di distribuzione diretta sul territorio nazionale fu ampliata di oltre 90 negozi nel periodo 1965-1985.









Decentrando la produzione attraverso la creazione di un gran numero di imprese artigiane satelliti, assicurò competitività e flessibilità all’Azienda, diffondendo la cultura d’impresa sul territorio umbro ed effettuando il più severo contenimento dei prezzi di vendita, garantendosi il favore di una più estesa fascia di mercato. Oltre ad essere un geniale capitano d’industria fu anche un valente sportivo.

Nel 1957 iniziò a praticare la motonautica , aggiudicandosi il titolo mondiale nella categoria «Racers» nel 1959 e quello europeo della categoria «Racers 800 kg» nel 1960.

Dal 1966 al 1973, diviene Presidente dell’Ass. Calcio Perugia , portando la società Umbra
 dalla serie C alla B.








Nel 1986, Nicoletta Spagnoli assume la guida dell’azienda.

Seguendo le orme del padre porta avanti un processo gestionale in grado di misurare l’azienda con le crescenti sfide dovute alla globalizzazione dei mercati, all’ingresso di competitors aggressivi.








Nicoletta Spagnoli, dà vita ad una nuova linea rivolta anche ad una clientela più giovane, mantenendo costante il valore del rapporto qualità-prezzo e dedicando particolare attenzione al total look, concretizzato nella ricerca ed uso di tutti gli accessori che completano un capo, rispondendo sempre a requisiti di buon gusto e qualità.

Oggi Nicoletta Spagnoli ricopre il ruolo di Amministratore Delegato e Presidente della Luisa Spagnoli S.p.A.










" RICERCA INNOVAZIONE TRADIZIONE IN UN COMPLETO EQUILIBRIO, RINNOVAMENTO NELLE LINEE, SPERIMENTAZIONE DI NUOVI STILI SONO PARTE DELLA FILOSOFIA LUISA SPAGNOLI. "


.  Oltre ad essere una delle prime e più grandi imprenditrici italiane, Luisa Spagnoli fu anche una delle prime femministe ed ebbe una grande influenza sulla società dell’epoca.
Agli inizi del ‘900, quando la donna non poteva fare altro se non assecondare la volontà del padre o del marito, Luisa Spagnoli si batté sempre per l’affermazione e la conquista della sua indipendenza. Una lotta che non scaturì dalla sua cultura o da un’ideologia (L. Spagnoli imparò tardi a leggere e scrivere), ma dall’osservazione dei profondi cambiamenti sociali nati dalla prima guerra mondiale e dalla certezza che la vita non sarebbe più continuata come prima. Per questo cercò in tutti i modi di migliorare le condizioni di vita delle operaie che lavoravano nella sua fabbrica e, prima in Europa, inventò per loro una serie di agevolazioni, che vennero poi adottate da numerosi paesi.
La lotta di Luisa Spagnoli per l’affrancamento della donna e la conquista della sua indipendenza, la sua splendida libertà di pensiero, il suo senso di giustizia, la sua passione, la sua straordinaria creatività,
ancora oggi ci conquistano.









La creatività e la qualità come punti indiscutibili del prodotto, restano le caratteristiche di un brand che in tutti questi anni ha utilizzato con grande attenzione la sinergia tra passato presente e futuro.
Una continuità che non esclude un'evoluzione dei modelli delle forme, una assidua ricerca legata ad alcuni principi di cura che contribuiscono a mantenere altri i valori del prodotto.
Una realtà al femminile che segue l’ audacia e la genialità della fondatrice Luisa Spagnoli, caratterizzata da un'attenta gestione del capitale umano come importante fattore che da sempre accompagna l’azienda.








"LA FORTE IDENTITÀ, UNO STILE ALTAMENTE PERSONALE E LA QUALITÀ INDISCUSSA SONO I VALORI CHE IDENTIFICANO ANCORA OGGI L'UNIVERSO LUISA SPAGNOLI."
È un mondo che utilizza un linguaggio legato la ricercatezza, alla raffinatezza al gusto e alla contemporaneità.
Tessuti e filati vengono selezionati per garantire ad ogni capo di maglieria e sartoria la massima ricercatezza e, uniti all'utilizzo di tecnologie all'avanguardia e a un attento controllo di tutte le fasi di lavorazione, assicurano quell'importante vantaggio competitivo proprio dell'italian style.








************************************************************



La curiosità di Antonella

Lunedì 1 e martedì 2 febbraio, in occasione della messa in onda su Rai1 della fiction Luisa Spagnoli, il teatro Erios di Vigliano ( Biella ) ha aperto le sue porte per consentire a chi lo desiderava di seguire la trasmissione insieme e sul maxischermo

L'invito  parte dal sindaco di Vigliano Cristina Vazzoler e dalll'Atl di Biella. E in fondo tutto si compie là dove era cominciato: il teatro Erios è stato la sede del casting, che ha consentito al regista Lodovico Gasparini e ai produttori di scegliere le circa 250 comparse che hanno arricchito le riprese. E a poche decine di metri c'è l'imponente edificio della Pettinatura Italiana che non sarà difficile riconoscere nelle scene girate a Vigliano nelle quasi tre settimane di permanenza della troupe. "Un appuntamento, quello con il Biellese, che ha portato anche un indotto per il territorio" sottolinea Luciano Rossi, presidente dell'Atl. "Sommando i pagamenti per il lavoro delle comparse, il vitto e l'alloggio per il cast e per i tecnici, le forniture richieste a imprese locali, possiamo stimare un giro d'affari di almeno 150mila euro". «Luisa Spagnoli» aggiunge il sindaco di Vigliano Cristina Vazzoler "è vicina per certi aspetti a quelle figure di industriali che vollero, accanto alla nostra Pettinatura Italiana, il teatro stesso, il dopolavoro, la biblioteca, l’asilo, la chiesa per supportare la fatica quotidiana di quegli uomini e delle tante donne che, con determinazione e fatica, fra i turni della fabbrica ed il lavoro in casa, si stavano così faticosamente conquistando, con l’indipendenza economica, il diritto a determinare il proprio futuro. Ci auguriamo che l’operosità della fabbrica della Perugina, ricostruita nella nostra Pettinatura, sia d’auspicio per una nuova idea di lavoro e di valorizzazione storica e culturale per questi luoghi viglianesi, cosa che è al centro dei miei pensieri e della progettualità dell’amministrazione comunale".




*********************************************************




Prima di concludere vi propongo alcune foto scattate durante le riprese del film e
pubblicate da " Diario di Biella " sulla sua pagina Fb.












































Vi invito a passare da Audrey per continuare a leggere l'affascinante storia di questa
grande famiglia italiana.






post signature

Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")