venerdì 15 febbraio 2013

Urla del silenzio / L'Italia a pezzi



Urla del Silenzio.

Ti avevo affidato i miei sogni
ti avevo affidato  i miei figli
ti avevo affidato il mio futuro
ti avevo affidato la mia vita.

Per te ho combattuto
per te mi sono sacrificato
per te ho rinunciato.

Ti credevo
ti difendevo
ti proteggevo.

hai rubato i miei sogni
hai rubato il mio futuro
hai rubato la mia speranza.

Ti sei preso la mia casa
ti sei preso il mio lavoro
ti sei preso la mia dignità.

Ho ancora qualcosa da offrirti: i cartoni su cui dormo, i debiti da pagare, le notti al freddo, i piatti vuoti, i miei figli senza futuro, l'umiliazione di chi non ha nulla.

Prendi tutto e poi raccontami una favola... io fingerò di crederti.


Voglio dare voce a chi non ha più la forza per urlare. Questa settimana è la voce di Luca, 53 anni, da 2 disoccupato, licenziato dopo anni di lavoro, sopravvissuto con la liquidazione; ha lottato ma questa settimana ha dovuto arrendersi. Con le lacrime agli occhi e la vergogna del fallimento è arrivato alla Caritas scusandosi per il disturbo e versando nella cassetta delle offerte 13 euro (1 euro al giorno fino a fine mese): tutto ciò che aveva; questo gesto gli ha permesso di mangiare a testa bassa, andandosene subito dopo.
Un'altra storia, un'altra disperazione, un altro uomo senza domani.









POST ALL'UNISONO PER ESPRIMERE LA NOSTRA INDIGNAZIONE!




Questo vuol essere un post che unisce la nostra indignazione per quanto accade in Italia!
"Prendiamo l'Arte e ...mettiamola da parte!" Sì per una volta facciamolo, facciamolo davvero ... e tutti quanti insieme diciamo ... anzi urliamo forte, forte, forte:




"Bastaaaaaaaaaaa!"



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Nell'ambito di questa iniziativa ho pubblicato anche:








Con questo post, che vuole semplicemente
  essere una denuncia sociale e non un proclama politico,
 aderisco a:


CREIAMO LA CATENA DELL'INDIGNAZIONE


ASPETTIAMO TANTI ALTRI ANELLI...

AGGANCIA  IL TUO...


QUINDI SE VUOI ADERIRE FAI IL TUO POST E PUBBLICALO CON IL TITOLO DI
ITALIA A PEZZI


giovedì 14 febbraio 2013

San Valentino: una storia




Per San Valentino, Audrey ed io, abbiamo pensato di fare un piccolo
esperimento per il nostro Fatterellando.
Per l'occasione del 14 febbraio il nostro post a quattro mani parte da una
foto scelta insieme e per la quale ognuna di
noi ha scritto una storia, quella che secondo lei raccontava quell'immagine.
In questo modo ci confronteremo e vedremo quale storia ha inventato la nostra
mente dopo esser rimasta affascinata dalla stessa istantanea,
sarà cosi simpatico e divertente leggere i nostri racconti per vedere se i
nostri pensieri sono stati uguali o se la nostra fantasia ha viaggiato in
maniera
opposta.
Questa è la mia storia:


Caro amore,
oggi sono 50 anni di matrimonio e il regalo più bello
che ho pensato per te è questa lettera che racchiude tutta la nostra vita.
Te la ricordi quella prima sera sulla tua vecchia macchina davanti al mare?
Parlavamo, parlavamo, i tuoi sogni, le mie proteste...idee, pensieri,
il presente, il futuro, vorrei...vorrei...vorremmo...
e intanto era già l'alba e ...un avvicinarsi un po' titubante
e poi quel primo, indimenticabile, bacio
quello che poi abbiamo ritrovato in tutti i baci della nostra vita...
Quella vita che in certi momenti ha soffiato forte,
in altri è stata la brezza leggera dell'estate, quella vita che ci ha fatti
piangere e ridere, che ci ha avvicinati e allontanati
e poi avvicinati di nuovo.
Quando il vento soffiava forte e ci allontanava noi insistevamo e 
ci amavamo un po' di più.
Ci sono state giornate insopportabili e notti di felicità...
Sono impressi nella memoria i momenti più felici...
quando davanti a quell'altare ci siamo detti sì, e quando abbiamo cominciato
 a costruire la vita....la casa, il lavoro, i figli, i viaggi, le passioni che non ci hanno 
mai lasciati e poi noi...sempre noi...
la vita che a volte prende una brutta piega e noi facciamo muro contro di lei
 e ci rialziamo insieme... e ricordi, ricordi, un mare di ricordi,
restano impressi nella mente sorrisi, parole, sguardi.
L'amore è cresciuto, siamo diventati grandi insieme e l'amore non bastava più
bisognava essere insieme e saper camminare sulla stessa strada, essere capaci a fermarsi
ad aspettare l'altro se si fermava...
bisognava essere non Io e Te ma Noi,
e siamo diventati Noi.
Abbiamo imparato a divertirci insieme ed anche ad annoiarci insieme,
a ridere insieme ed anche a piangere insieme, a sognare insieme e ad affrontare la realtà insieme.
E ogni anno, ogni 14 febbraio abbiamo passato la nostra serata in macchina, 
davanti al mare...
poteva cadere il mondo ma noi siamo sempre stati lì
a raccontarci la vita, a raccontarci l'amore come quella prima sera di tanti anni fa.
E anche sta sera, anche se non siamo più ragazzi,
anche se c'è già chi ci chiama nonni e probabilmente sta sera festeggerà
il suo primo San Valentino,
noi saremo lì davanti al mare...a raccontarci i ricordi con la dolcezza nel cuore
e a insegnarci il futuro con la luce negli occhi.

Con l'amore di sempre " quella ragazzina di tanti anni fa"

Ecco, questa è la storia che sotto forma di lettera ho scritto per voi, mi piaceva
l'idea dell'amore che non ha età e che attraversa la vita delle persone 
cambiando sempre e rimanendo sempre uguale.
Vi invito a passare da Audrey a leggere la "sua " storia.


Audrey ed io vi invitiamo a giocare un po' con noi,
ci piacerebbe che, dopo aver letto i due racconti,
ci diceste se secondo voi siamo "andate " nella stessa direzione
o se le nostre fantasie sono andate in due direzioni opposte.
Vi ricordo che questa volta  anche ognuna di noi è
all'oscuro di quello che ha scritto l'altra 
e il vostro parere ci farebbe molto piacere.


A conclusione di ogni post troverete un wallpaper e per realizzarlo ci siamo rivolte a un esperto quale è 
Xavier autore dei blog

http://lechatnoir96.blogspot.it/

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il quale in sintonia con lo spirito di collaborazione di questi post
ha accettato di diventare nostro collaboratore fisso.



mercoledì 13 febbraio 2013

Il Mercù Scurot





Ieri, con il Martedì grasso è finito il carnevale ed oggi Mercoledì delle Ceneri la cristianità si appresta a vivere la quaresima e anche chi cristiano praticante non è ritira le maschere, dimentica cortei e veglioni e si appresta  a vivere un periodo un po' più "penitenziale " Ma non a Borgosesia, cittadina a pochi km. dal paese in cui vivo. Oggi a Borgosesia è il " Mercu Scurot ( mercoledi buio, proprio perchè inizio della quaresima)

.Il Mercu Scûrot è senza dubbio la più importante, atipica e famosa manifestazione del Carnevale di Borgosesia. La sua importanza è fondamentale perchè da quel mercoledì delle Ceneri del 1854, la manifestazione a Borgosesia cambiò completamente il suo corso, trovando una sua dimensione diversa da quelle degli altri Carnevali e che ha portato Borgosesia agli onori delle cronache nazionali.

Ricordiamo innanzitutto come l'avvento della Manifattura Lane Borgosesia nel 1850 ad opera dei fratelli Antongini di Milano e del tedesco Chumachen, con il suo seguito di operai specializzati provenienti soprattutto dalla Germania, abbia portato al Carnevale di Borgosesia una iniziativa di propositi e di idee formidabile, che si sviluppò in una serie di manifestazioni organizzate e che sfociò nell'intuizione del 1854 di tal Bomen (o Baumann secondo altre versioni), detto 'l Meneghin per la sua parlata tedesco-milanese.







Infatti, idea dopo idea, nel 1854 viene organizzato un solenne Carnevale che però stenta a concludersi nella notte di Martedì grasso; al mattino del Mercoledì delle Ceneri, il tedesco Bomen, capo tintore della filatura, tipo faceto e ridanciano, dimentico di cospargersi il capo di cenere e delle prescrizioni del calendario ecclesiastico, in preda ad una enorme agitazione chiede di incontrarsi con Fiori e Zenone ( 'l Mambrin), due personalità del paese, e li invita nella propria casa dicendo di voler mostrare loro e parlare di un avvenimento "grosso" che è capitato in casa sua:: "mi poffer om, mi gòo roba grossa casa mia". I due, sulle prime, lo guardano stupefatti e dubbiosi, ma poi, conoscendo a fondo l'estroso tintore, lo seguono, entrano nella camera di Bomen e scorgono disteso sul letto un fantoccio raffigurante un uomo morto. "Ecco 'l poffer Carlavèe !!!" dice Bomen a Fiori e Zenone.

La burletta piacque, lo confermò una risata unanime e, seduta stante, venne deciso di dare la sera stessa una degna sepoltura al caro estinto.






I buontemponi prendono immediatamente a reclutare gli altri amici del Carnevale e convocano una riunione nella "Farmacia della maldicenza", ritrovo abituale di perditempo e chiacchieroni, a casa del dott. Michelangelo Burla per stabilire le modalità atte ad organizzare il corteo funebre per il "poffer Carlavèe".







Così avviene e verso il tardo pomeriggio, organizzato il tutto, il corteo funebre si apre con in testa Cresceris ('l Turc) l'allora banditore del paese che a gran voce enunciava il triste evento scandendo sapientemente il rullo del tamburo. Segue Tinivella (antiquario e materassaio) imbracciante un trofeo con appese saracche, polli e merluzzi, affiancato dal sosia del Sindaco in carica, marciante impettito e compunto. Segue il defunto "Carlavèe" disteso su un "cataletto", ossia collocato dentro una cassa da morto senza coperchio, secondo l'uso comune anche nelle nostre zone fino a circa la prima decade dell'800. Il cataletto era portato in spalla da Milanaccio ('l Balaran), Calderini ('l Sebastopoli), Vercelli ('l Jacu gros) e Zanaroli ('l Maracitu), personalità borgosesiane di spicco. Dolenti seguivano alcuni uomini in abito scuro (frac) e cilindro e con in mano candele accese; così come usava farsi nei comuni funerali.





Il percorso, comprese le vie principali del Borgo, con tappe d'obbligo in tutte le "cappelle votive" (leggi le numerosissime osterie dell'epoca); e così via fino a tarda ora, con il conseguente ed inevitabile assottigliamento della schiera dei "dolenti". Tant'è che alla fine il defunto "Carlavèe" venne ingloriosamente dimenticato (e la cosa non era certo in programma) "'ntla Cuntrà larga, davanti a l'ustaria dal Mina", oppure, secondo altre versioni, ma ha poca importanza, "'ntla cuntrà freggia".




La sfilata del burlesco funerale destò alta meraviglia nei passanti che si soffermavano stupiti, anzi qualcuno, sempliciotto, si levò reverentemente il cappello, destando molte risate e frizzi mordaci dagli allegri accompagnatori. Mai si era visto, per le vie di Magunopoli, a quell'ora, senza clero e suono di campane, un funerale.






Fu così che partì la manifestazione più importante del Carnevale borgosesiano, e continuò tutti gli anni, senza mai fermarsi, nè davanti alle intimazioni del regime fascista, nè a quelle della Chiesa, nè tantomeno all'insorgere dei benpensanti che non ne capivano lo spirito dissacratorio e di rottura con la precedente tradizioni.







Nell'anno 1856 si riuscì finalmente a concludere il corteo ed a bruciare il fantoccio del Carnevale dando il via alla cosiddetta "Fiammàa". Si iniziarono in quell'anno anche altre voci vive ed allegre che continuano tuttora, a partire dall'eliminazione del cataletto e delle fiaccole durante il pomeriggio, per giungere al pranzo ufficiale al mezzogiorno con la nomina del Presidente del Comitato, fino all'inaugurazione del gomfalone del "Peru 'n cimbalis", che balla con bottiglia e bicchiere in mano. Venne anche ufficializzata la divisa ufficiale, consistente in frac, cilindro stemperate in una sfarzosa e grande gala bianca.






Una nota particolare giunse nel 1871 ad opera del Notaio della Giulia di Aranco (attuale Rione borgosesiano, ma allora Comune a se stante)che ideò di redarre umoristicamente il "Testamento olografo di Peru Magunella", che nel frattempo aveva preso il posto del fantoccio del Carnevale, diventando la Maschera ufficiale del Carnevale di Borgosesia, e pubblicarlo "presente cadavere sul rogo" prima della tradizionale fiammata. La trovata di rendere pubbliche queste "ultime volontà" che furono poi sempre motivo e modo di satire politiche e lepido riassunto di fatti di cronaca cittadina dell'annata decorsa, fu ed è motivo di grande successo del Mercu Scûrot.






A completamento della divisa della giornata venne poi l'istituzione del "cassù", il tipico mestolo di legno da utilizzarsi per bere, che venne istituito nel 1905 ad opera del Prof. Carlo Conti.





Da allora migliaia di persone, provenienti da tutto il circondario, partecipano a questa giornata. Vestiti di tutto punto, secondo la "divisa" stabilita da oltre un secolo e costituita da frac, cilindro, galla bianca gigante, mantella e cassù, sfilano per le strade al seguito del "Purtighett" che sforna saracche e salsicce da innaffiare con buon vino rosso, rigorosamente della riserva del Peru. Bar e negozi partecipano attivamente a rendere ancora più piacevole questa tradizione organizzando golosi punti di ristoro; anche i privati allestiscono, per la gioia degli amici, piacevoli rinfreschi nei cortili e nelle taverne, dove gustare il "cassù" della staffa.






La giornata prende il via attorno alle 10 del mattino, quando la banda cittadina, cui spetta il compito di allietare musicalmente la giornata, si reca presso il Centro Pro Loco, ritrovo tipico del Carnevale di Borgosesia; di qui parte il corteo mattutino, gonfalone del "Peru 'n cimbalis" in testa, per dirigersi all'assaggio delle fagiolate preparate con sapienza dai cuochi dei Rioni borgosesiani di Cravo e Sassola.
Giunta l'ora di pranzo si torna al Centro Pro Loco dove viene organizzato il pranzo ufficiale del Carnevale di Borgosesia per oltre 300 commensali e dove si procede all'assegnazione del premio "Giovanni Franco Zanni - Borgosesia, la meja cità"; fino agli anni '50 in questa occasione veniva eletto anche il Presidente del Comitato organizzatore.






Terminato il pranzo avviene la distribuzione del "cassù", il tipico mestolo di legno necessario per bere durante la giornata ed inizia il corteo funebre, con la partecipazione di bande musicali ed al seguito del "Purtighett dal Peru" e dal "carro di Bacco", da cui vengono distribuiti rispettivamente panini con le saracche e vino a volontà, lungo le antiche vie del centro cittadino. La partecipazione è quantificabile in almeno 2000 persone vestite di tutto punto in frac e cilindro.






Terminato il corteo attorno alle 19 nella piazza principale di Borgosesia, i dolenti si spargono nei vari locali cittadini in attesa di ritrovarsi alle 21 sempre presso il Centro Pro Loco, da dove parte la fiaccolata che accompagna il fantoccio del Peru verso Piazzale V. Milanaccio.






Qui la giornata del Mercu Scûrot si conclude a tarda sera con la lettura del testamento del Peru, con il tradizionale spettacolo pirotecnico ed il rogo della maschera, che scrive la parola fine di ogni edizione del Carnevale.






Il “Mercoledì scuro” veniva “espiato” il giorno successivo con un mesto pasto a base di polenta e saracche, delle aringhe secche. E nonostante gli “anatemi” della Chiesa e nel Ventennio del regime fascista, il “Mercu Scurot” è giunto in piena forma sino ai giorni nostri. 



( Fotografie dal web )
( Fonti: web )











lunedì 11 febbraio 2013

La mia maschera: la Bauta

In occasione del Carnevale Audrey ed io abbiamo deciso di dedicarvi un altro 
post della rubrica " Fatterellando "
Questa volta abbiamo deciso di parlarvi di una maschera che 
in qualche modo sentiamo più vicina ed anche intrigante delle altre
e così Audrey vi propone, sul suo blog,  Pierrot
ed io vi propongo la Bauta veneziana.







La Bautta o Bauta, maschera veneziana atipica; essenzialmente realtà settecentesca ma arrivata fino ai nostri giorni, sempre presente ma scarsamente conosciuta (soprattutto fuori Venezia).
Maschera estremamente ambigua, quasi androgina, essendo all'origine asessuata, nasce da una
sorta di contaminazione del costume femminile con quello maschile.







Sopra un morbido mantello, fatto di merletti neri, di tipo femmineo ("Zendaletto") che sin dai
tempi più antichi serviva alle donne veneziane per coprire il capo e scendeva sulle spalle fino a
coprire i fianchi, viene indossato un pesante "Tabarro" maschile e in testa il maschile cappello
a tricorno.







Realtà essenzialmente settecentesca non documentata da nessun'altra parte fuori Venezia, la
"Bauta" sarebbe una parente strettissima della gondola per il colore nero e, come la gondola,
ha origini anomale e impossibili da attribuire ad un "autore".






In tutta la letteratura esistente sull'argomento e in tutta l'iconografia si parla e si
intravedono costantemente tra le masse queste silhouettes nere e svolazzanti con una
macchia bianca: il volto, ovvero la maschera che cela il volto e tuttavia diventa e viene
chiamata volto.






Non si possono non citare due grandi artisti del Settecento, Pietro Longhi e Francesco
Guardi, che le hanno immortalate nelle loro opere, nonché alcuni letterati e registi, nostri
contemporanei, che ce le hanno riproposte.
Quella silhouette e quel volto che, a sua volta, per una sorta di metonimìa (figura retorica che consiste nello spostamento di significato di un termine per indicare il contenente per il contenuto, l'effetto per la causa, la parte per il tutto, ecc.) diventa la "Bauta" per indicare l'intero travestimento.






Un volto particolare dal labbro superiore allargato e sporgente, sotto un naso minuto, appena
accennato, che maschera e altera anche il timbro di voce, rendendolo quasi metallico.
La "Bauta" somiglia a nessun'altra maschera, è una copia di qualcosa di cui non si trova in
nessun luogo l'originale (in Estetica equivale al significato di simulacro).






Le maschere della Commedia dell'Arte e le altre maschere tradizionali, nella loro riproduzione,
imitano un preciso modello: il vecchio, il servo, la bella donna, il capitano di ventura, ecc.
Esse sono definite dai caratteri distintivi della loro funzione, che non si determina da sola, ma
all'interno del sistema delle maschere: un piccolo mondo in cui si intrecciano il vecchio e il
giovane, l'ordinario e lo straordinario, il quotidiano e l'esotico, l'uno accanto all'altro, l'uno
opposto all'altro e cercano di convogliare questi contenuti (antitetici) verso un possibile lieto
fine.






La "Bauta" invece in questo suo ripetersi non ha un modello vivente e non si sa neanche dove lo
si possa trovare; riproduce se stessa quasi come alla ricerca di un vuoto di identità, come
mascheramento finalizzato esclusivamente al mantenimento dell'incognito che, se è implicito in
ogni altra maschera, qui è esplicitato invece dalla sua funzione e dal sua significato misterioso
e negativo.






Nell'immaginario della gente e nell'uso che se ne è fatto, questo travestimento ha sempre
avuto caratteristiche ambigue, oscure, magiche, suscitando sentimenti antitetici di riguardo
timoroso o di morbose aspettative e comunque sempre nella dimensione dell'Incognito,
comunque con finalità trasgressive come: sesso, gioco d'azzardo e, in alcuni casi, violenze o
vendette verso persone.







La possibilità di frequentare case di piacere o bische per un divertimento audace, estremo,
senza limite; rapporti sessuali occasionali, anonimi, senza complicazioni di qualsiasi tipo, di
classe, di censo, di coinvolgimenti sentimentali.






Salvacondotto per l'Aristocrazia che poteva consentirsi comportamenti che, senza il
travestimento con la "Bautta", non avrebbe mai potuto avere: sesso di gruppo, rapporti etero-
omosessuali, perversioni di ogni tipo, incontri con persone altrimenti mai raggiungibili.
Altrettanto dicasi per il popolo minuto: al gondoliere, al carpentiere, allo scaricatore dei
mercati, allo stesso servitore, poteva capitare, nelle vesti di una di quelle signore che si
dichiarava "donna...de...garbo", un'aristocratica di altissimo rango (addirittura la propria
padrona), alla ricerca di emozioni forti e occasionali.






In conclusione, maschera apparentemente aristocratica, nella sua uniformità sconcertante, nel
suo armamentario bianco e nero, quasi spettrale, nel suo magnetismo enigmatico, ha sempre
avuto ed ha un potere sconvolgente di suggestione nella fantasia della gente comune, ma anche
di grande autosuggestione per chi la indossa.
Questo è comprensibile solo da colui che l'ha effettivamente indossata.






Nel suo carattere indefinito la"Bautta" è il contributo più originale e forse più continuo, dal
punto di vista iconografico, che Venezia abbia offerto alla civiltà dell'immagine "fascinosa".
Da essa, maschera antica e moderna, senza limiti di tempo, discenderanno le maschere della
post-modernità di Fulvio Roiter nei carnevali degli anni Ottanta.
Maschere sgargianti, rilucenti, ma di materiali certamente non ricchi, come quelli di un tempo:
raso o tulle di plastica argentata e fluorescente.






Come essa, le maschere di Roiter non ci riportano ad un personaggio, ad un modello, a un
tipo o a uno dei due sessi, ma solo alla velleità di essere invenzione della fantasia.
Come essa, le maschere di oggi, vittime anche loro di un grosso equivoco consumistico, fanno
pensare a una molteplicità di cose, alludono a tante cose o a qualcosa, ma non si sa a che; se
non forse a quell'orizzonte ambiguo, sospeso tra passato e presente, tra acqua e terra, come il
paesaggio veneziano, con il suo fascino resistente all'usura del tempo e della banalità







Stralcio dal Corso di Storia delle Tradizioni Popolari tenuto dal Prof. Dr. Vincenzo De Rosa alla Unitre Milano - anno accademico 1999/2000



( fotografie dal web )


S volete scoprire Pierrot passate da Audrey
e leggete il suo racconto





A conclusione di ogni post troverete un wallpaper e per realizzarlo ci siamo rivolte a un esperto quale è 
Xavier autore dei blog

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ha accettato di diventare nostro collaboratore fisso.
Grazie Xavier!





domenica 10 febbraio 2013

Tutti zitti sui marò!




Lost in India, qualcuno si ricorda di loro?
Più che l'onore potè lo spread, e se una volta,  in campagna elettorale
almeno la faccia si salvava, e si fingeva un po' tutti di occuparsi anche di
politica estera, stavolta nemmeno di due italiani detenuti illegalmente in un paese straniero
per aver fatto il loro dovere in servizio contro la pirateria in difesa
di una petroliera italiana, c'è il tempo, la voglia ,la capacità di parlare.
Non stupisce Monti, è suo il pasticcio e non se ne è mai occupato, lasciando in tutte le sedi
nazionali ed internazionali il suo Ministro degli Esteri da solo;
non stupisce Bersani, patria e militari sono bestie nere per tanti elettori che rappresenta
da sempre e di molti che rincorre oggi.
Figuriamoci se credo che la sorte dei due marò possa interessare Ingroia,
Vendola o Grillo, visto che da quelle parti in totale accordo li si giudica due assassini in divisa.
E anche il Cavaliere sbaglia a tacere sullo sgarbo volgare che ci ha fatto il governo indiano,
una storia che dura ormai da un anno, sarà un anno il 19 febbraio e saremo prossimi a votare

Sbaglia perchè quella per sottrarre i due militari italiani alle grinfie di un
processo illegale e tutto da fare è una battaglia bella, coraggiosa, 
giusta, dignitosa.






E' una battaglia possibile?
Io questo non lo so, però so che il governo e il premier che oggi si presenta come possibile leader
anche per il futuro non è stato capace di concludere niente, peggio ci ha donato un fallimento
diplomatico senza precedenti.
Non uno degli interlocutori internazionali autorevoli, che avrebbe, in amicizia per l'Italia,
potuto fare da mediatore con gli indiani è stato cercato;
non uno dei tanti modi per fare pressione, anche pesante, economica e politica,
è stato utilizzato.
Degli inetti balbettanti.






Il risultato è sotto gli occhi degli Italiani, anche se in troppi,
Quirinale compreso, hanno tenuto la vicenda in sordina, magari con il pretesto
che non si doveva disturbare il manovratore.
Dopo quasi un anno di prigionia, in barba a leggi e convenzioni internazionali,
i due fucilieri del San Marco sono stati condannati a restare ancora in India,
in attesa che si costituisca un tribunale speciale per giudicarli.
Si ricomincia con tempi stabiliti dagli indiani, a loro modo, solo che sarà nella capitale
invece che nel Kerala.






Monti ha avuto il coraggio di sostenere che si è trattato di un successo, 
" L'Alta Corte ha riconosciuto che i fatti avvennero in acque internazionali e che
la giurisdizione non era della magistratura locale del Kerala.
La decisione incoraggia..."
Peccato che restino in India. Peccato che quando i due marò sono tornati in 
Italia per Natale il governo Monti si sia affrettato a rispedirli da dove erano venuti giurando che così facendo
la procedura di rientro definitivo si sarebbe accelerata e semplificata.






Sarebbe bastato per trattenerli il fatto, vero, che c'è un'inchiesta sui fatti 
della sparatoria dalla nave Lexie aperta in Italia,
che è la sede naturale del giudizio.

Qualcuno trovi il modo di far tornare a casa
Latorre e Girone.


LO TROVI SUBITO!




( Fonte: Maria Giovanna Maglie)
( Fotografie dal web )






sabato 9 febbraio 2013

Continua il viaggio nella povertà / L'Italia a pezzi




Oggi ospito nuovamente Gloria ( Baba Yaga) che che con 
la sua competenza e la delicatezza che le è abituale ci aiuta a proseguire
il viaggio all'interno della povertà italiana e in particolare nella 
realtà delle Caritas.


"...continua il viaggio..."

Buona settimana a tutti. Voglio fare una riflessione relativa all'intossicazione quotidiana di pessime e preoccupanti notizie: ingaggio di Balotelli al Milan: 28 milioni di euro, compenso stagionale 4 milioni di euro, processo per stupro condanna a 8 anni, rapinatori in fuga uccidono una ragazza, tagli alla Sanità colpiranno i pazienti oncologici, previsti aumenti della Tares (nuova tassa sui rifiuti).  A fronte di questa escalation di brutte notizie non c'è da stupirsi se il malumore è il sentimento costante degli italiani. 
Io, forse ingenua ed idealista, continuo a credere che nel nostro piccolo qualcosa di buono possiamo fare per non lasciarci sotterrare dalle brutture; forse l'arma più potente, in questo momento storico, non è un atteggiamento rabbioso e polemico ma una sana  e consapevole testardaggine nel portare avanti i nostri valori, i nostri obiettivi, i nostri sogni. Quindi (così intanto vi informo sui progetti della nostra Associazione), dalla settimana prossima ci impegneremo per far nascere all'interno della Mensa un Ambulatorio Infermieristico per meglio monitorare i nostri Ospiti. Ci ingegneremo per l'acquisto di un apparecchio per la pressione arteriosa ed uno per il controllo della glicemia  e non ci scoraggeremo se incontreremo qualche intoppo (lo mettiamo sempre in conto). I nostri progetti si scontrano inevitabilmente con i problemi concreti ma "ci inventiamo" sempre" qualche soluzione.
 Entro un po' nei dettagli: gli Ospiti che accogliamo sono italiani, a volte ai margini della legalità, ed extracomunitari sempre in bilico con i permessi di soggiorno, più difficili da verificare. Noi per arginare il problema e non renderci complici inconsapevoli chiediamo a TUTTE le persone che arrivano da noi di regolarizzare la loro situazione semplicemente recandosi negli Uffici Comunali e presentando il Mod. ISEE ( reddito annuo). In questo modo "obblighiamo" le persone a denunciare la loro posizione (tutto questo avviene dopo una prima accoglienza della durata di 1 mese). Ho desiderato accennare le nostre modalità d'intervento per portare alla Vostra Conoscenza la complessità del "farsi carico"  spazzando via l'alone buonista da "pranzo di Natale" ad una Mensa per i Poveri. Io mi preparo ad un'altra settimana di brutte notizie e di ottimistica personale lotta contro la disperazione. Piccola piccola ma....fortemente convinta. (questa settimana rinuncio alla bibita di marca e compro il pepe; é finito pure quello).
E intanto approfitto dell'ospitalità di Antonella, entro nel suo blog: qui si respira un'aria leggera, si apprezzano i libri, i quadri, i nostri animali. Non perdiamo mai il gusto del bello, la curiosità culturale che nutre la nostra mente e il nostro cuore. Purtroppo c'è chi è costretto a mettere in un angolo tutto questo perchè è impegnato a non morire di fame e di freddo: l'impoverimento è anche questo. "



Aggiungo solo una piccola cosa, apprendiamo oggi di un nuovo suicidio
causato dalla mancanza di lavoro. L'uomo ha lasciato un biglietto all'interno della
Costituzione dove ha scritto:
" L'Italia è un repubblica fondata sul lavoro,
allora perchè lo Stato no mi aiuta a trovarlo un lavoro?
Perchè lo Stato non mi restituisce la mia dignità?
devo farlo io "











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mercoledì 6 febbraio 2013

Maschere d'Italia




Carissime amiche e amici 
eccoci qui, Audrey ed io siamo tornate con il nostro
Fatterellando
che in pratica sostituirà Aspettando Natale.
Come vi avevamo già preannunciato diventerà un appuntamento
mensile e cercheremo di parlare, ognuna a suo modo, dei più svariati argomenti.
Sulla destra del blog troverete la nostra nuova icona che vi porterà direttamente all'interno delle 
nostre pagine a "quattro mani".
...e ripartiamo dal Carnevale...
abbiamo preso in esame tre maschere italiane della commedia dell'arte
ognuna scegliendo in base alle nostre regioni di provenienza e anche alle simpatie personali.
Questo è quello che vi offriamo per i giorni di
Carnevale...





La maschera principale piemontese è nata nel 1808 a Callianetto dalla creatività di Giambattista Sales, torinese, e di Gioachino Bellone di Racconigi.
Nella frazione di Castell'Alfero si può visitare il "Ciabot 'd Gianduja", simbolica casa natale della maschera.






L'antenato di Gianduja fu Gironi, altro personaggio popolare piemontese già noto nel 1630, con cui aveva molte cose in comune, sia caratteriali che estetiche.
Negli ultimi anni del '700 questo Gironi veniva regolarmente rappresentato durante gli spettacoli del famoso marionettaro torinese Umberto Biancamano, meglio conosciuto come Giôanin d'ij ôsei.
Fu appunto a Torino che il giovane Sales seguì con assiduità gli spettacoli dei burattini del Biancamano, sino ad iniziare a dar egli stesso recite nel cortile di casa sua per i conoscenti.
Ma le sue ambizioni erano altre: andare in provincia con uno spettacolo ambulante, senza la concorrenza del suo "maestro".




Trovò nell'amico Bellone un aiuto economico per attrezzarsi di marionette e di un teatrino ambulante, e con lui diede vita al personaggio di Gerolamo.
Il loro spettacolo fu portato in giro per tutto il Piemonte sino ad arrivare infine a Genova dove si stabilirono ed ebbero un notevole successo.






Ma poi iniziarono per i due burattinai i problemi perché l'allora doge di Genova era Gerolamo Durazzo, il quale non prese bene la propria omonimia col burattino irriverente e fece espellere dal territorio genovese Sales e Bellone per il reato di lesa maestà.






Tornati a Torino si attrezzarono di un teatrino permanente, dove entrava sempre in scena l'arguto ed ironico  Gerolamo. Poco tempo dopo furono fatti arrestare dal Vicario di Torino, nuovamente con la accusa di lesa maestà, stavolta nella persona del fratello minore di Napoleone Bonaparte, re Gerolamo di Westfalia.
Dopo un periodo di prigionia furono liberati, ma il teatrino fu chiuso ed i due messi al bando.
Fu così che Sales e Bellone giunsero a Callianetto, forse per trovar rifugio in quel paese che a quei tempi era attorniato da fitti boschi.






Nelle osterie del luogo si esibiva Sales, mascherato egli stesso con tricorno, codino e dotato parlantina beffeggiante; la caratteristica di avere sempre con sè la dôja, un boccale di terracotta per bere il vino lo fece soprannominare "Giôan d'la dôja", appellativo che presto fu condensato in Gianduja.
La simpatia, l'astuzia e l'ironia del personaggio lo fecero ben presto divenire famoso in tutto il Piemonte, sino a divenirne l'emblema.






Gianduja ha un viso tondo e gaio e la capigliatura raccolta in un codino girato all'insù con fiocco rosso; il cappello a tricorno, il vestito è composto da una giubba color marrone bordata di rosso, il panciotto è giallo, i pantaloni verdi e lunghi sino al ginocchio, le calze sono rosse e le scarpe hanno una fibbia in ottone.
Il carattere della maschera rispecchia un po' il popolo piemontese: è conservatore, di umore sempre allegro, scaltro anche se all'apparenza rozzo ed ingenuo, un galantuomo che ama il buon vino e la buona tavola
La sua compagna è Giacometta, vestita con un abito rosso ed un grembiule bianco, un foulard verde al collo, un cappello legato con un nastro rosso, calze nere e scarpe chiare.








Per merito della "Famija Turineisa"  e della "Associassion Piemontèisa" si continua a tenere viva la tradizione, con la nomina di un Gianduja ufficiale che faccia da testimonial in varie manifestazioni.

Nei giorni di Carnevale Gianduja e Giacometta fanno la loro apparizione in varie località, dove si presentano su carrozze o carri, non come originariamente su asinelli, dove vanno a testimoniare l'allegria che li contraddistingue; spesso fanno visite ad ospedali, case di riposo e scuole portando il loro gaio saluto ai loro
ospiti.





La filastrocca di Gianduja

Giacca marrone, panciotto giallo
Porto i colori del pappagallo;

Calzoni verdi, calzette rosse,
Col vino mi curo tonsille e tosse.

Naso paonazzo, cappello tricorno
Son Gianduia perdigiorno.

Se non vi basta il cappellino
C'è la parrucca col codino.


Non posso non ricordare che Gianduia oggi è ricordato
anche nel famosissimo e squisito cioccolatino
tipico di Torino e del Piemonte,
Il Gianduiotto.





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Peppe Nappa fa parte, a pieno titolo, di quel gruppo di maschere di carattere che, tra Seicento e Settecento, irrompono con la loro straordinaria carica umana di vizi e virtù sulla scena della Commedia dell'Arte.






Dalla matrice culturale incerta - anche se attendibile è la tesi secondo la quale molte di loro siano strettamente imparentati con le figure che animavano le trasgressive e arcaiche feste di Carnevale, - le maschere della Commedia dell'Arte definiscono, alla fine di un lungo un percorso di sedimentazione e stilizzazione artistica, i caratteri anatomici, il profilo figurativo, i tratti psicologici, i contenuti comportamentali e, nel contempo, anche la loro patria d'origine o d'adozione, ovvero questa o quella regione, rivendicando, così, un legittimo sostrato culturale di appartenenza.








E così anche Peppe Nappa segue lo stesso percorso di identificazione, ovvero assume un costume, che mantiene sostanzialmente invariato nel tempo, si esprime in lingua siciliana, definisce i tratti del suo carattere ed, infine, elegge la Sicilia e, più in particolare, Messina come sua città prediletta, prestando, in tal senso, più fede alla tradizione popolare e a generiche indicazioni di seconda mano, piuttosto che ad attendibili fonti documentarie.






Se incerta, dunque, appare la presunta appartenenza esclusiva di Peppe Nappa alla storia messinese, ben definito ed inequivocabile si configurano, invece, la sua personalità e l'aspetto esteriore. Peppe Nappa, secondo alcuni studiosi, presenta più di un'affinità elettiva con Pierrot, sia per il costume che indossa che per alcuni tratti caratteriali.






A differenza della maschera di Pierrot, Peppe Nappa, tuttavia, indossa un abito largo e arioso, di colore azzuro, porta un berretto di feltro bianco o grigio sopra la calotta bianca. Peppe Nappa non porta poi maschera o s'infarina come il suo collega anche lui , erroneamente considerato
francese, ma in realtà maschera proveniente dalla Commedia Dell'Arte Italiana.





Nonostante l'aspetto dimesso, è in realtà dotato di una sorprendente agilità fisica rivelandosi all'occasione tanto virtuoso ballerino quanto abilissimo acrobata, mentre le sue membra sono talmente snodate, che sembrano disarticolarsi. Il suo nome, secondo alcuni, deriverebbe da Peppe e da nappa che dal dialetto siciliano si traduce in "Giuseppe toppa dei calzoni" e, per estensione "uomo da nulla, pappacchione".





Nell'ambito della trama delle commedie, egli ricopre invariabilmente la parte del servo al servizio di padroni-giovani innamorati o padroni-vecchi mercanti. Più frequentemente, lo si ritrova a fianco du'Baruni (barone), tipica maschera caricaturale e grottesca che raffigura un vecchio e avaro nobile siciliano, con il quale si ritrova puntualmente in mezzo ad ogni sorta di guai.








Tratto peculiare del carattere di Peppe Nappa, che rispecchia una parte di sicilianità, rimane, tuttavia, la golosità, vizio che supera di gran lunga la sua proverbiale pigrizia. Il suo habitat naturale è dunque la cucina, dove, come egli è solito affermare, se non si mangia, almeno vi si respira il profumo dei cibo.


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Meneghino è la maschera tipica di Milano, è una maschera della Commedia dell'arte
Il suo vero nome è Domenico, il diminutivo è Domeneghin. Così erano chiamati i servitori che la domenica accompagnavano a messa le nobildonne milanesi di alto rango o facevano loro compagnia durante una passeggiata in carrozza. Il nome si è poi trasformato in Meneghin. I servitori venivano pagati a giornata e svolgevano pure le mansioni di maggiordomo e di acconciatore, Pecenna, infatti, il cognome di Meneghino, significa appunto pettine.






Vestito di una lunga giacca marrone, calzoni corti e calze a righe rosse e bianche, cappello a forma di tricorno sopra una parrucca con un codino stretto da un nastro, ancora oggi è protagonista dei carnevali
milanesi.







Impersona un servitore rozzo ma di buon senso che, desideroso di mantenere la sua libertà, non fugge quando deve schierarsi al fianco del suo popolo. E' abile nel deridere i difetti degli aristocratici.  Durante l'insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, nel 1848, fu scelto dai milanesi per le sue virtù come simbolo di eroismo. Meneghino è la tipica maschera dei milanesi e, come loro, è generoso, sbrigativo e non sa mai stare senza far nulla. Non è a caso che i milanesi vengano spesso chiamati i 'meneghini'. Ama la buona tavola e davanti ad una fetta di panettone possono anche salirgli le lacrime agli occhi, non solo perché ne è molto goloso, ma perché gli ricorda la sua Milano e il 'so Domm', di cui non smette mai di vantarsi.






Di origini incerte, la maschera venne introdotta in teatro nel '600 dalla fantasia del commediografo Carlo Maria Maggi, che gli ha dato l'immagine del personaggio popolare, giunta fino ai giorni nostri. Più avanti, Carlo Porta ha contribuito ad aumentarne la popolarità fino alla metà dell'Ottocento, epoca in cui Meneghino è diventato simbolo dell'animo patriottico milanese, contro la dominazione asburgica.
Nel Carnevale Ambrosiano è accompagnato da un'altra maschera popolare milanese, la Checca, diminuitivo dialettale di Francesca. L'affermazione di Meneghino come simbolo di Milano è relativamente recente, in precedenza, infatti, il personaggio milanese per eccellenza era Beltrame da Gaggiano (Baltramm de Gaggian).




( fotografie dal web )


Ovviamente non potevamo parlarvi di tutte le maschere del carnevale, quindi come spiegato su, abbiamo fatto una piccola cernita.

Queste sono le mie tre maschere: Gianduja il conservatore e la sua amata Giacometta, Peppe Nappa il goloso e Meneghino il rozzo buono.
Adesso se volete scoprire anche:  Farinella l'allegro, Rugantino il bullo buono e Brighella l'abile truffatore; passate da Borderline di Audrey
e godetevi queste altre maschere della commedia dell'arte.
Speriamo che il nostro lavoro a quattro mani vi sia piaciuto, vi salutiamo con affetto e vi diamo appuntamento a martedì 12 febbraio per un nuovo post della serie Fatterellando con Audrey & Antonella.





Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")