lunedì 10 aprile 2017

Un fine settimana in Ottobre: Porto Venere.




I viaggi  è bello programmarli, sono belli nel momento in cui si vivono e poi è bellissimo ricordarli...
I nostri amici Marica e Luciano ci hanno regalato un bel fine settimana, noi abbiamo aggiunto un giorno e il risultato è stato un bel viaggetto nelle " Terre della Luna "  a due passi dallo splendido mare di Porto Venere e delle Cinque Terre.
Un regalo bellissimo perchè, come scrivevo più sopra, è un regalo che durerà per sempre nel ricordo.









Siamo stati fortunati, 4 giorni splendidi, più che l'inizio del''autunno sembrava  il cuore dell'estate, e abbiamo potuto goderci il mare, il sole e tiepide serate. Abbiamo soggiornato a Sarzana, nelle terre della Luna, una cittadina che da parecchio tempo desideravo visitare e che mi è piaciuta molto.
La prima giornata l'abbiamo dedicata interamente a Porto Venere che, per la prima volta nella mia vita, sono finalmente riuscita a vedere con il sole.








Mi ha sempre affascinata tanto e questa volta sono riuscita a visitarla con calma .
Appena arrivati abbiamo camminato lungo il mare ed ammirato la " Palazzata ", una catena di vecchie case. A prima vista sembra che non ci sia niente di particolare ma queste case sono davvero speciali. Dietro le case c'è una roccia e sembra che esse siano fissate sulla roccia ed appese sopra al mare. Lunghe gallerie di scale uniscono il lungomare alla via principale che si estende  su un rialzo proprio dietro alle case.
























In fondo al lungomare si arriva alla splendida chiesa di San Pietro...sul subito sembra un grande castello fortificato con torri e grandi muri antichi in verità la chiesa è molto bella e molto ben conservata ( risale al 1198 ). Siamo stati fortunati perchè ad accrescere la suggestione, sullo spiazzo davanti all chiesa, un bravissimo " menestrello " cantava ballate medioevali.












































Ci siamo soffermati a lungo a sentirlo cantare e ad ammirare sia la chiesa che la bellezza del mare e della costa sottostante, tra cui la Grotta Arpaia detta di Byron proprio vicino alla Chiesa.


















La nostra passeggiata è proseguita verso la chiesa di San Lorenzo eretta tra gli anni 1118 e 1130 dopo che Portovenere fu diventata parte della Repubblica di Genova. La chiesa, restaurata più volte, è molto ben conservata.





















 Proseguiamo salendo tra i vigneti e lo spettacolo del mare fino al Castello Doria
situato su un'altura rocciosa. Costruito nei secoli XII - XIV apparteneva alla famiglia Doria che ebbe un ruolo importantissimo nella Repubblica di Genova.
Dal castello si gode di una vista meravigliosa sulla città e sulla chiesa di San Pietro













































Tra la chiesa di San Pietro ed il castello Doria si sono conservati i resti di due costruzioni cilindriche.
Sono i resti delle torri di avvistamento, un tempo usate come mulini a vento.
Lentamente scendiamo, tra sole e mare, verso il centro della città...




























Si accede al centro storico, cioè sulla sua via principale ricca di negozi e ristoranti, attraverso la Porta del Borgo, costruita nel 1113 mentre la vicina torre fu costruita nel 1161. Queste edificazioni antiche insieme alle vecchie case e le strette vie della città ci hanno riportati indietro di mille anni, un luogo meraviglioso...e poi che dire dello " splendido " odore di basilico, aglio e pesce che ci aleggiava intorno? Platone è letteralmente impazzito, invece di camminare saltava...



















Abbiamo lasciato la bella Portovenere felici per la bellissima giornata che abbiamo concluso splendidamente cenando sul lungo mare di Lerici...una ricca cena a base di pesce a cui anche Cassandra e Platone non si sono sottratti










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venerdì 7 aprile 2017

Il grande marinaio ( Catherine Poulain ) In Alaska a bordo di un peschereccio per non morire di noia e di birra.





Pur abitando in montagna la mia famiglia è una famiglia di naviganti, di marinai e nei desideri anch'io non mi sono sottratta a questa vocazione.
Ho sempre avuto un grande desiderio, quello di trascorrere una stagione o anche due, o forse qualche anno, in Alaska a pescare su un grande peschereccio, anni fa mi ero persino informata e quasi ero arrivata a prendere la grande decisione poi il tempo è passato e non ne ho più fatto nulla ma è rimasto il desiderio di questa avventura in territorio " ostile ", in un mondo di uomini.








La premessa fa capire con quanto entusiasmo ho letto questo libro di Catherine Poulain , un regalo di Natale davvero indovinato!


"Quando ero giovane e avevo voglia di essere da qualche parte. la gente mi assicurava che la maturità mi avrebbe guarito da questa rogna. Quando gli anni mi dissero maturo, fu l'età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un'età avanzata avrebbe calmato la mia febbre. E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi. Nulla ha funzionato. Quattro rauchi fischi della sirena di una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore di un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino uno sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l'antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. In altre parole, non miglioro. Vagabondo ero, vagabondo resto. Temo che la malattia sia incurabile."









Così scriveva esemplarmente il vecchio John Steinbeck. La stessa cosa però, a modo loro, l'hanno detta Conrad e London, Chatwin, Kerouac, Kapuscinski e molti altri. Insomma tutti gli appartenenti alla grande famiglia dei viaggiatori hanno cantato la sete d'avventura.









L'ultima, ma solo in ordine cronologico, si chiama Catherine Poulain. Nata nel 1960, adesso fa l'allevatrice nelle'Alpers de Haut Provance e la viticoltrice nel Medoc. Ma ha lavorato come raccoglitrice di frutta in Francia e in Canada, in un conservificio di pesce in Islanda, ha fatto la barista a Hong Kong, è stata operaia negli USA e, soprattutto, per dieci anni pescatrice in Alaska.








Qualora non bastasse il curriculum, a mettere subito le cose in chiaro, il fulminante incipit del suo primo, fortunato romanzo Il Grande Marinaio:

"Bisognerebbe essere sempre in viaggio per l'Alaska "

Il che già spiega in otto parole come il viaggio in sè già abbia tutto: la ricerca dell'avventura e l'avventura stessa.








Tutti abbiamo, più o meno, come l'autrice, la nostra Manosque - les Plateaux di cui siamo originari e da cui vorremmo fuggire a gambe levate. Andare via, partire. Per non morire di noia, di birra, di conformismo, di idiozia, di una pallottola vagante. Andare a cercare il pericolo, forse la morte, perchè è l'unico modo conosciuto e paradossalmente razionale per sentirsi vivi.








Certo è un discorso insidioso, che minaccia lo scivolone nella retorica autodistruttiva. A meno di non essere scrittori veri. Poulain lo è, e chiude la discussione. Riuscendo a fare la cronaca, tecnicamente inappuntabile, della sua straordinaria avventura sull'Oceano del Grande Nord e infondendovi pure, almeno a tratti, un autentico phatos narrativo.








Probabilmente il fatto che l'autrice sia una donna avrà contribuito a fare del libro -come recita la striscia di copertina  dell'edizione italiana - " Il romanzo rivelazione dell'ultima stagione letteraria in Francia ". Ma è ingiusto ritenere che sia il genere a fare la differenza. Il romanzo vale per la qualità della scrittura, la capacità di indagare la condizione umana senza pregiudizi. Poulain ha imparato la lezione da Dostoevskij e sa che " solo l'uomo è capace di tutto "; quindi non si scandalizza di nulla.










Descrive un mondo fatto di uomini che in mare sembrano eroi mitologici, sfidanti le tempeste e la furia degli elementi, quasi a cercare la bella morte. Ma non trascura che l'Oceano con i suoi pericoli e le illusioni di sconfinata libertà, specie a certe latitudini, è spesso il rifugio di una genia di disperati, che sulla terra ferma rapidamente andrebbero ad ingrossare le fila di tossici, alcolisti, aspiranti suicidi.








Merito dell'autrice, inoltre, una grande sobrietà di scrittura, la capacità di narrare a un ritmo incalzante, a volte da lasciare senza fiato, la violenza della natura e il rifiuto di ogni associazione romantica con l'idea di runaway, su cui l'intero romanzo è centrato.







Lo stesso " grande marinaio " che dà il titolo al volume è un gigante schivo e silenzioso, in mare rispettato veterano della faticosissima pesca con il palamito, sulla terraferma eroinomane ed alcolista.La tormentata storia d'amore tra la protagonista e quest'uomo è narrata con pudore e realismo esemplari. Ripensandoci, però, qualche cosa di involontariamente comico traspare. Quando la donna, che il patrimonio genetico e la dura vita sul mare hanno dotato di due mani gigantesche ( " zampe " le chiama affettuosamente l'autrice ), trova rifugio accucciandosi sotto l'ascella del grande marinaio, è stato per me inevitabile associare la sua descrizione a una battuta di Woody Allen in Love and Death: " Boris aveva tentato il suicidio respirando sotto le ascelle di uno zingaro".

Non è colpa mia...è il mio spirito dissacratorio!





mercoledì 5 aprile 2017

Gertrude Bell, la Lawrence d'Arabia in gonnella che non voleva il voto alle donne








Nel pomeriggio dell'11 luglio 1926 una donna non più giovane e dal fisico minuto ma dal portamento fiero, dopo una nuotata nel Tigri si ritira per riposare nella sua casa di Bagdad.
Chiede di non essere disturbata fino alle 6 del mattino seguente, ma la sua cameriera, contravvenendo alle disposizioni ricevute, si reca nella sua camera durante la notte, constatando dolorosamente che il sonno di Gertrude Bell, la più famosa viaggiatrice, archeologa, topografa inglese dei primi del '900, non è di quelli dai quali si possa essere risvegliati: sul comodino c'è un flacone di pillole di acido diallibarbiturico.









Due giorni prima del proprio 58esimo compleanno muore così la donna che per prima ha percorso da sola in lungo e in largo i territori allora sconosciuti del Medio Oriente: dal moderno Iraq alla Siria e fino al Mar Rosso, creando una cartografia di luoghi mai realizzata prima; ha meritato l'appellativo di " Lawrence d'Arabia  in gonnella ", e quello, attribuitole da re Faysal, di vera irachena, " una beduina ".









Nel corso delle sue esplorazioni la Bell aveva acquisito una tale profonda conoscenza del mondo arabo che durante la Grande Guerra le fu chiesto di mettersi al servizio dell'Impero britannico. Divenne così agente segreto di Sua Maestà, e per la prima volta nella storia dell'esercitò inglese fu attribuito a una donna il grado di maggiore.








Con T.E.Lawrence ( divenuto solo in seguito più celebre di lei grazie a un giornalista americano che ne creò il mito m) condivise la passione e l'impegno a favore della causa araba per il diritto all'autodeterminazione che, se fallì riguardo alla Siria, pretesa dai francesi come proprio protettorato dopo la Prima Guerra Mondiale, ebbe successo per l'Iraq, tanto da far avere alla Bell la definizione di " regina senza corona ".








Leggendo il libro La regina del deserto di Georgina Howell si scoprirà la sua profonda cultura ( sapeva sei lingue tra cui l'arabo declinato in diversi dialetti ) di studiosa indefessa in un'epoca in cui  Herbert Spencer dichiarava che le donne sono poco adatte allo studio perchè il sovraccarico del cervello avrebbe danneggiato le loro capacità riproduttive. E poi le sue imprese sportive di scalatrice alpina, per non parlare della sua eccellente qualità diplomatica a dispetto di un carattere volitivo e incline alla sincerità, per quanto declinata nelle forme della rigida educazione di una signorina di buona famiglia inglese.








Gertrude Bell, a dispetto di ciò, non fu però una femminista, anzi si dichiarò addirittura contraria all'estensione del voto alle donne; trovava insopportabile la leggerezza femminile, tanto da esclamare: Perchè giovani inglesi promettenti sposano donne tanto sciocche !" ; ma nello stesso tempo fu la prima occidentale ad entrare in un harem e soprattutto convinse re Faysal a liberare la moglie dalla clausura assoluta trasformandola in un'autentica regina di Bagdad con tanto di corte e di ricevimenti.








Dotata di un incredibile fiuto politico, nutrito dalla approfondita conoscenza del mondo arabo, intuì che la soluzione della causa sionista con l'occupazione della Palestina sarebbe stata un disastro e provò a convincere la diplomazia internazionale che, per quanto appartati e poco comunicativi, i palestinesi non avrebbero accettato supinamente quella decisione che ancora oggi provoca guerre e lutti, ma non fu ascoltata.








La vita di Gertrude Bell fu appassionante, avventurosa, ma anche molto femminile: ebbe due amori infelici - un giovane non considerato all'altezza dalla famiglia e poi un uomo sposato che morì in guerra - che la condannarono a una solitudine che pesò come un macigno sul suo cuore, tanto da farle scrivere poco prima di morire: " La mia esistenza qui è troppo solitaria, non si può rimanere soli per sempre. Almeno, io non sento di poterci riuscire. "





( Simonetta Bartolini, Libero del 28 agosto 2016 )
( Fotografie dal web )


Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")