mercoledì 18 marzo 2015

Giù le mani dalla ricetta. La vera Amatriciana non sopporta l'aglio





Il 28 agosto 2008 le Poste Italiane emettevano un francobollo
dedicato agli " spaghetti all'amatriciana ". L'emissione si configurava nel più vasto
ambito della serie " Made in Italy " dedicata anche alla cucina ed era stata preceduta da 
altri francobolli tematici. L'emissione dava quindi un indubbio, giusto risalto a questo
piatto nato ormai in tutto il mondo.









Come certamente saprete, qualche tempo fa la Giunta Comunale di Amatrice,
dal 1927 ridente cittadina del Lazio in provincia di Rieti, ha preso una netta posizione
nei confronti del pluristellato chef  Carlo Cracco di Milano a proposito
della specialità, quando il cuoco più mediatico d'Italia ha rivelato durante una trasmissione 
televisiva il suo segreto per renderla ancora più godibile: aggiungere uno spicchio
d'aglio in camicia. Apriti cielo. Il Sindaco Sergio Pirozzi ha ribadito ancora una volta
che il sugo amatriciano vuole soltanto " guanciale, pecorino, vino bianco,
pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino. " Nient'altro.









A chiarimento ulteriore va detto che Amatrice per secoli è appartenuta
all'Abruzzo e, come tale, al Regno di Napoli prima e al Regno delle due Sicilie poi.
Con la creazione della provincia di Rieti, appunto nel 1927, alcune zone
della provincia di Roma e dell'Aquila sono state sottratte ai due territori per integrare
la nuova provincia.
 Tornando, dunque, alla specialità, la ricetta indicata dal Sindaco
di Amatrice è conforme al territorio,mancando ad esso prodotti tradizionali di altre
regioni quali il parmigiano, la pancetta arrotolata, il basilico.









Sì, perchè proprio riferito a questi nuovi ingredienti, negli anni scorsi
ci fu un'altra garbata polemica con Aldo Fabrizi, autore di un celebre libro dedicato
alla cucina romana, " La Pastasciutta " nel quale il popolare attore, parlando però
di " amatriciana mia ", metteva in rima il suo modo di preparare il piatto in questione
con troppe varianti. Altri cuochi famosi poi, per attenuare l'intenso sapore del pecorino, aggiungono una certa quantità di parmigiano ( quando non addirittura metà e metà ), la 
cipolla,la pancetta arrotolata, e così via, terminando con alcune foglie di basilico che
fanno gridare allo scandalo, per non parlare infine della pasta, i bucatini,
che per anni hanno sostituito gli spaghetti senza alcun riscontro storico.









La cucina internazionale, della quale l'italiana è parte vitale e imprescindibile,
ha subito e sta subendo profonde modificazioni.
Molti sapori " forti " di alcuni piatti popolari, infatti, sono stati abilmente
rivisitati per evitare gli accessi di quello che fino a non molti decenni fa era ritenuto
il piatto unico della giornata e, dunque, carico di elementi casuali per dare sostanza.








Gli Amatriciani, giustamente, difendono la linearità della loro ricetta
secolare, ma altri dicono che non sarà un peccato mortale apportare alcune modeste
modifiche che avvicinino alla consuetudine un pubblico più vasto ed eterogeneo.
Già, come naturalmente per altri piatti italiani, ma chi stabilisce il confine tra
il semplice ammorbidimento della tradizione e lo stravolgimento della stessa?
Tutto gli abitanti di Amatrice, o noi con loro, sono a chiederselo con malcelata preoccupazione.







( Sergio De Benedetti, libero del 19 febbraio 2015 )






Voi cosa ne pensate? Per quanto mi riguarda sono totalmente contraria
al fatto che la cucina tradizionale, che nel caso dell'Italia è così ricca di storia e di
sapori, venga modificata. Come sapete io tengo molto alle tradizioni e quindi ritengo che chef  
con più o meno stelle farebbero bene a tenere giù le mani da quella che è sempre stata la nostra grande
tradizione culinaria, ovviamente uno può sperimentare tutto quello che desidera ma sarebbe bene
non chiamare Amatriciana un piatto che Amatriciana in realtà non è e questo vale
per tutti i piatti della nostra grande tradizione.

venerdì 13 marzo 2015

Il mito di Orfeo ed Euridice





Orfeo, il più famoso poeta e musicista che la storia abbia mai avuto, che non aveva eguali tra uomini e dei era figlio di Eagro, re della Tracia e della musa Calliope (o secondo altri di Apollo e di Calliope).







Il Dio Apollo un giorno gli donò una lira e le muse gli insegnarono a usarla e divenne talmente abile che lo stesso Seneca narra (Ercole sul monte Oeta): "Alla musica dolce di Orfeo, cessava il fragore del rapido torrente, e l'acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto ... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell'ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva ... Le Driadi, uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto (...)".

Acquistò una tale padronanza dello strumento che aggiunse anche altre due corde portando a nove il loro numero per avere una melodia più soave.








Come prima grande impresa Orfeo partecipò alla spedizioni degli Argonauti e quando la nave Argo giunse in prossimità dell'isola delle Sirene, fu grazie a Orfeo e alla sua cetra che gli argonauti riuscirono a non cedere alle insidie nascoste nel canto delle sirene.








Ogni creature amava Orfeo ed era incantata dalla sua musica e dalla sua poesia ma Orfeo aveva occhi solo per una donna: Euridice, figlia di Nereo e di Doride che divenne sua sposa. Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo infatti un giorno la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell'erba che la morsicò, provocandone la morte istantanea.

Narra Pindemonte (Epistole: "A Giovani Pozzo"): "Tra l'alta erba non vide orrido serpe che del candido piè morte le impresse."









Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa decise di scendere nell'Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti. Convinse con la sua musica Caronte a traghettarlo sull'altra riva dello Stige; il cane Cerbero e i giudici dei morti a farlo passare e nonostante fosse circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ghermirlo, riuscì a giungere alla presenza di Ade e Persefone.








Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a suonare e a cantare la sua disperazione e solitudine e le sue melodie erano così piene di dolore e di disperazione che gli stessi signori degli inferi si commossero; le Erinni piansero; la ruota di Issione si fermò e i perfidi avvoltoi che divoravano il fegato di Tizio non ebbero il coraggio di continuare nel loro macabro compito. Anche Tantalo dimenticò la sua sete e per la prima volta nell'oltretomba si conobbe la pietà come narra Ovidio nelle Metamorfosi (X, 41-63).








Fu così che fu concesso a Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra la precedesse e non si voltasse a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.

Narra Ovidio nelle Metamorfosi (X, 41-63). "(...) Nè la regale sposa, nè colui che governa l'abisso opposero rifiuto all'infelice che li pregava e richiamarono Euridice. Costei che si trovava tra le ombre dei morti da poco tempo, si avanzò, camminando a passo lento per causa della ferita. Il tracio Orfeo la riebbe,a patto che non si voltasse indietro a guardarla prima di essere uscito dalla valle infernale (...)"

Orfeo, presa così per mano la sua sposa iniziò il suo cammino verso la luce.








Durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, e Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.


Narra Ovidio nelle Metamoforsi (X, 61-63): "Ed Ella, morendo per la seconda volta, non si lamentò; e di che cosa avrebbe infatti dovuto lagnarsi se non d'essere troppo amata? Porse al marito l'estremo addio, che Orfeo a stento riuscì ad afferrare, e ripiombò di nuovo nel luogo donde s'era mossa"









Invano Orfeo per sette giorni cercò di convincere Caronte a condurlo nuovamente alla presenza del signore degli inferi ma questi per tutta risposta lo ricacciò alla luce della vita.

 Allora Orfeo si rifugiò sul monte Rodope, in Tracia, trascorrendo il tempo in solitudine e nella disperazione. Rifiutava le donne e riceveva solo ragazzi e adolescenti maschi che istruiva all'astinenza e sull'origine del mondo e degli dei.








Una scuola di pensiero vuole invece che Orfeo dopo la discesa nell'Ade e viste le "cose di laggiù" inizio ad adorare Elio (che chiamava Apollo) e non più Dioniso e ogni mattina si svegliava all'alba per accogliere il sorgere del sole. Allora Dioniso istigò le Baccanti che decisero di ucciderlo durante un'orgia bacchica. Arrivato il momento stabilito, si scagliarono contro di lui con furia selvaggia, lo fecero a pezzi e sparsero le sue membra per la campagna gettando la testa nel fiume Ebro.








Esistono altre versioni della morte di Orfeo: si narra che fosse stato Zeus a folgorarlo irritato dal fatto che rivelasse dei misteri che non dovevano essere di pubblico dominio; secondo altri fu Afrodite a istigare le donne Tracie e a suscitare in loro una tale passione che mentre se lo contendevano lo squartarono questo perchè Calliope, la madre di Orfeo, fu chiamata come giudice da Zeus per redimere una disputa tra Afrodite e Persefone per avere le attenzioni di Adone che sentenziò che il giovane stesse per sei mesi con Afrodite e sei mesi con Persefone cosa che aveva fatto infuriare Afrodite.

Disse Virgilio (Georgiche, IV): "... anche allora, mentre il capo di Orfeo, spiccato dal collo bianco come marmo, veniva travolto dai flutti, "Euridice!" ripeteva la voce da sola; e la sua lingua già fredda: "Ah, misera Euridice!" chiamava con la voce spirante; e lungo le sponde del fiume l'eco ripeteva "Euridice"."









Quale che fosse il modo come Orfeo morì è certo che ogni essere del creato pianse la sua morte, le ninfe indossarono una veste nera in segno di lutto e i fiumi si ingrossarono per il troppo pianto.

Le Muse recuperarono le membra di Orfeo e le seppellirono ai piedi del monte Olimpo e ancor oggi, in quel luogo, il canto degli usignoli  è il più soave che in qualunque parte della terra.








Ma gli dei che tutto vedevano e giudicavano, decisero di inviare una tremenda pestilenza in tutta la Tracia per punire il delitto delle Baccanti. La popolazione allo stremo delle forze consultò l'oracolo per sapere come far cessare quella disgrazia e questi sentenziò che per porre fine a tanto dolore era necessario cercare la testa di Orfeo e rendergli gli onori funebri. Fu così che la sua testa venne ritrovata da un pescatore nei pressi della foce del fiume Melete e fu deposta nella grotta di Antissa, sacra a Dioniso. In quel luogo la testa di Orfeo iniziò a profetizzare finchè Apollo, vedendo che i suoi oracoli di Delfi, Grinio e Claro non erano più ascoltati, si recò alla grotta e gridò alla testa di Orfeo di smettere di interferire con il suo culto. Da quel giorno la testa tacque per sempre.
Fu recuperata anche la sua lira che fu portata a Lesbo nel tempio di Apollo che però decise di porla nel cielo in modo che tutti potessero vederla a ricordo del fascino della poesia e delle melodie dello sfortunato Orfeo, alle quali anche la natura si arrendeva, creando la costellazione della Lira.








L'addio tra Orfeo ed Euridice è scolpito su un bellissimo rilievo nel Museo Archeologico di Napoli.
Euridice è al centro della scena, e poggia la sua mano sinistra sulla spalla di Orfeo, con un gesto pieno di tenerezza e rassegnazione. Ma Orfeo è inconsolabile e con la sua mano tocca la mano di lei, una carezza che è anche un inutile tentativo di trattenerla.
Inutile, perché Hermes psycopompos ha intrecciato il suo braccio al braccio destro di lei, e con dolcezza ma anche con determinazione la trattiene accanto a sé: il suo compito sarà riportarla di nuovo, e stavolta per sempre, negli Inferi.
Nemmeno una parola, solo la forza dei gesti per rendere il dolore del distacco tra i due innamorati, e la inevitabilità del destino.





( Immagini dal web )


mercoledì 11 marzo 2015

Lettera a un bambino mai nato




Nel 1975 Oriana Fallaci pubblica Lettera ad un bambino mai nato,
libro di grandissima attualità ancora oggi, condensa in poche pagine il fondamento stesso dell’essere donna, di avere il potere di dare o negare la vita. Già nella dedica la Fallaci anticipa le dolorosissime tematiche che sta per affrontare:

A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne

Alla scoperta di essere incinta una donna non è mai abbastanza preparata:

  «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore».

Così inizia il monologo della madre alla vita in nuce che porta in grembo. Non sa nulla di quel bambino, sa soltanto che è sangue del proprio sangue, e che dipenderà in tutto e per tutto dalle sue scelte.
Ma il fatto che da noi si origini un’altra vita non è cosa da poco; il senso di responsabilità si fa da subito enorme, diventa un fardello troppo pesante, e dà il via a una catena di riflessioni che, partendo dall’origine dell’esistenza, prendono traiettorie impensabili, e possono addirittura spingere a vergognarsi del proprio egoismo.
Prima di tutto, se il bambino potesse scegliere preferirebbe nascere crescere soffrire morire, o invece non rinuncerebbe mai al limbo felice da cui è stato generato? Nascere è davvero «meglio di non nascere»? E se il mondo, così irto di ostacoli, non gli piacesse? Non si sarebbe trattato allora di un’imposizione, una spietata violazione? 
Dall’altra parte, anche l’individualità della donna sarebbe seriamente minata dalla nascita di un bambino; dovrebbe rinunciare a quella libertà che ha inseguito per tutta la vita, e con essa all’attività professionale, alla possibilità di decidere senza impedimenti. L’unico modo per proseguire sulla propria strada, archiviare il problema, consiste nell’annullarlo? E non si tratta forse, anche in questo caso, di un’atroce prevaricazione?








" Mi son sempre posta l’atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando “Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?”. La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi. La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate. Forse non è nemmeno vita ma possibilità di vita. Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno, un indizio. La mia mamma sostiene che glielo detti, che per questo mi mise al mondo.
La mia mamma, vedi, non mi voleva. Ero incominciata per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non nascessi ogni sera scioglieva nell’acqua una medicina. Poi la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi, dentro il suo ventre, e le tirai un calcio per dirle di non buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra. Subito lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra. Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa nel sole, e se ciò sia stato bene o male non so. Quando sono felice penso che sia stato bene, quando sono infelice penso che sia stato male. Però, anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla. Io, te lo ripeto, non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d’avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione. Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l’esclamare che nascere è meglio di non nascere. Tuttavia è lecito imporre tale ragionamento anche a te? Non è come metterti al mondo per me stessa e basta? Non mi interessa metterti al mondo per me stessa e basta. Tanto più che non ho affatto bisogno di te. "





lunedì 9 marzo 2015

Tanti regali e un premio,grazie Vivy, Audrey e Tomaso






In questo periodo sono sempre in ritardo con tutto e questa cosa mi 
provoca molta ansia perchè per natura sono una persona puntualissima...
ma tant'è, non sempre le cose sono  come vorremmo.
Quindi con grandissimo ritardo scrivo questo post al quale  tengo molto e che avrei 
dovuto e voluto scrivere subito dopo Natale.
E allora riavvolgiamo un pochino il nastro del tempo e torniamo alla 
mattina di Natale quando, cono gioia, trepidazione,curiosità abbiamo aperto i pacchi dei regali...
c'erano anche due pacchi di due di voi che mi hanno letteralmente lasciata senza parole...








Il primo pacco era il pacco di Vivy, autrice del blog  La mia vita aspettandoti  ,una persona stupenda come
credo se ne incontrino poche nella vita, mi ha sorpresa, commossa, emozionata...
il pacco conteneva tre altri pacchi e ogni pacco conteneva un dono ma la cosa più bella è stata che 
oltre al bel biglietto d'auguri che vedete qui sopra ogni pacchetto era accompagnato da un bigliettino
che spiegava il perchè di quel dono.








Ed ecco il cagnone vestito da guardia della regina che ora vive su uno scaffale
della libreria proprio accanto a " LOrlando Furioso " e questo è il bigliettino
che lo accompagnava:  "Ti starai chiedendo il perchè di una statuina da collezione...mmma
ebbene, sembra piccoletto, ma in realtà questa è una guardia della regina! E appena ha sentito parlare della tua libreria nuova fiammante, ha deciso di piantare la regina e venire
date a fare la guardia ai libri. Non vede l'ora di prendere posizione e cominciare
la ronda!!! Spero tanto ti piaccia..."

Mi piace tantissimo Vivy, e mi sono subito affezionata a lui.








In un altro pacchettino c'era il bel libro " L'arte di correre sotto la pioggia " un libro
che avevo già letto ma che non faceva ancora parte della mia libreria, in realtà era un po' che
mi ripromettevo di comperarlo ma poi, si sa,...i titoli in sospeso sono sempre troppi. E questa la bellissima dedica che Vivy scrive:

" E da questo cosa si capisce?? che sono una temeraria...o meglio un'incosciente!
Ma come ho potuto pensare di donare unlibro a una donna che ne possiede 7.000?
Beh ancora me lo chiedo e sorrido al pensiero...Comunque ormai l'ho fatto; ebbene sì
ti ho voluto donare un libro nella speranza che non faccia giàparte della tua famiglia
dei " 7.000 "...che rischio! Più che altro ho sperato che mi andasse bene sapendo che i tuoi 
libri sono di cultura molto superiore a questo perciò...o la va o la spacca!
Il desiderio di donarti questo libro è stato troppo forte, sarà che so che ami gli animali
e i libri, ed io penso che nella sua semplicità questo sia un libro stupendo,
anzi a tratti geniale! Insomma non potevo evitare di condividerlo con te e se l'hai già
letto, spero comunque che ti faccia piacere almeno il pensiero...
Se no...ti auguro di tuffarti in queste pagine ed immergerti nelle sue emozioni.
Sono quasi certa che Enzo ti rapirà, io l'ho letto tre volte e in ognuna di esse mi ha fatto sorridere,
commuovere, piangere e battere il cuore, e spero che catturi allo stesso modo anche te "




Come vedi, Vivy, hai scelto il libro giusto, anche se l'ho già letto desideravo averne una copia mia...
e poi devo contraddirti, non ho solo libri di grande cultura, figurati che ho un'intera
collana di romanzi sui cani ( tipo questo che tu mi hai regalato ) e sono libri che amo
tantissimo, i nostri amici cani hanno tanto da insegnarci.Grazie Vivy, per questo
meraviglioso libro.









E  infine l'ultimo pacchettino, il magnifico disegno che Vivy, che è bravissima
a disegnare, ha voluto regalarmi per la mia biblioteca e che mio marito mi ha
incorniciato. Io lo trovo splendido...

" Questo disegno l'ho fatto pensando a te e alla tua passione
per i libri. So che non è perfetto, ma è fatto con il cuore e spero ti piaccia. "


Sì Vivy, lo trovo splendido e nella mia biblioteca sta benissimo...ti dirò che è stato
anche molto ammirato dai miei amici...grazie, davvero un grazie di cuore!




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Poi il pacchetto di  Audrey...sul nostro rapporto, nato attraverso il blog
potrei scrivere pagine intere. Noi ci telefoniamo tutti i giorni e chiacchierando,
chiacchierando ci siamo raccontate e siamo diventate vere amiche. Lavoriamo insieme
alla realizzazione di " Fatterellando " e a " Tra te& me " e ad altri articoli che consideriamo
di estrema importanza( ad esempio i post sulla vicenda dei  marò ).
Nel suo pacco: caciocavallo, divino, la ricotta secca e poi per emozionarmi fino alle lacrime
 e lasciarmi seduta  per terra in mezzo alla carta colorata dei regali a piangere
un" libro " scritto da lei sulla " nostra storia ".
Giudicate voi stessi se questo nn è un regalo strepitoso























































Grazie Audrey, come sempre,sei stata grande e mi hai stupita ed emozionata.




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Ed infine vorrei ringraziare Tomaso autore del blog  Passato e Presente
per questo bel premio che ha dedicato ai suoi lettori e che io dedico a tutti voi.
Quindi, chi lo desidara, lo prenda pure.
Grazie Tomaso!



















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Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")