mercoledì 22 maggio 2013

La storia in cucina, D'Annunzio esiliato al Vittoriale: orge tra champagne e bergamotti




Gabriele D'Annunzio, a tavola, si comportava come nella vita:
da esteta e da contemplativo, raffinato, aulico, ma anche sensuale e carnale.
Aborriva le taverne e le trattorie affollate, in viaggio non mise mai piede in un 
vagone ristorante, e, per quanto potè, si negò alla convivialità.
Riteneva infatti indecoroso offrire lo spettacolo di sè intento alla masticazione,
funzione che giudicava triviale e che, in età avanzata, lo imbarazzava
per la perdita quasi totale della dentatura.
Solo a Fiume, si adattò a consumare il rancio con i legionari.







Durante la dorata prigionia al Vittoriale, negli anni del regime fascista,
il Vate accentuò il proprio isolamento dal mondo: nel corso degli estenuanti
tour de force allo scrittoio, si cibava con bramosia di sola frutta fresca di stagione,
che gli veniva servita in grandi coppe.
E, quando c'erano ospiti a pranzo, si limitava a d assistere e ad intrattenere,
senza toccare il cibo che restava intatto nel suo piatto:
tutt'al più intingeva le labbra nello champagne






Per cominciare bisognerebbe osservare che D'Annunzio tradiva le sue 
origini abruzzesi.
Era goloso di parrozzo, il celebre dolce della sua terra, ma adorava anche brodetti di pesce,
preparati secondo le varietà regionali della costiera del medio Adriatico.
Le tradizioni abruzzesi contemplavano i pranzi trimalcionici cui nessuno  osava
sottrarsi.
Durante la campagna per il voto politico del 1897, che vide l'Imaginifico battersi con
il repubblicano Carlo Altobelli nella contesa per il collegio di Ortona, fu invitato
a partecipare al rituale delle " panarde ", i banchetti di otto - nove portate,
che esordivano con i tommarelli cotti in brodo grassissimo di gallina,
per terminare con animelle, fegati e polli; passando per un tripudio di arrosti,
fritture e bolliti.
Declinare l'invito avrebbe significato disonorare il padrone di casa e , dunque,
in ultima analisi, scordarsi l'elezione.






Va inoltre ricordato che ogni promotore di pantagrueliche abbuffate, 
per richiamare icasticamente agli ospiti i suoi doveri, piazzava in un angolo un 
guardiano, baffuto e con fucile appresso, che funzionava da magnifico deterrente agli 
occhi del commensale restio ad onorare la cucina
Il poeta, quel giorno, al banchetto, arrancava. Per un po' cercò di alleggerire il piatto,
gettandone il contenuto sotto la tavola.
Poi qualcuno se ne avvide e scattò l'allarme: " Don Gabriele! Attenti a Don Gabriele! ".
Il Vate si vide puntare addosso la doppietta e dovette ricorrere a un teatrale escamotage 
fingendosi svenuto.






Quali erano i piatti prediletti da D'annunzio?
Nessuno in particolare.
Amava la cucina italiana, la pasta con il pomodoro, le cotolette di vitello
ben croccanti, ma era anche ghiotto di selvaggina, formaggi, carciofi.
tartufi, caviale, marron glacè, cioccolata.
Decantava le virtù del culatello, ma sapeva godere anche di una semplice frittata.






Durante il suo periodo francese, come è noto, il Comandante visse ad Arcachon,
sulle rive dell'Atlantico. Talvolta evadeva dalla sua vita di lavoro, per recarsi a Bordeaux,
dove frequentava il ristorante Le Chapon Fin. Lì un giorno invitò Giacomo Puccini, della 
cui collaborazione era molto desideroso.
Nell'occasione, in omaggio alle passioni venatorie e gastronomiche del maestro,
venne servita una beccaccia in salsa bordelese, accompagnata da vino di Sauterne.






Al Vittoriale D'Annunzio portò la cuoca Albina Majover, che aveva
conosciuto e reclutato in Francia.
La donna, ribattezzata Suor Intingola, rimase al suo servizio per 26 anni.
Nel suo Libro Segreto il Vate così rievoca magnificamente la cessazione del suo
regime di astinenza, che osserva con rigore durante le lunghe fasi di fervore creativo:
" Sono solo dopo tanti giorni di nausea e di digiuno; mangio il prosciutto di San Daniele,
il caviale di Lenine, gli aranci siciliani dell'illustre psichiatra Rosolino Colella,
i mandarini e i bergamotti calabri di Giuseppe Scalise, gli eroici grappoli di Luigi Rizzo
conte di Grado, lo zibibbo damasceno, i datteri di Candia, i lucumi di Istambul,
i saltcraker di Arthur Symons, i parrozzi di Luigi D'Amico,
la persicata di Brescia, le zangole di Comacchio, le fragole di California.
I Sapori! I Sapori! "





Ed ecco a descrivere ciò che connotava la severa regola ascetica della
dieta lavorativa, la continuazione di quelle memorie estetiche:
" Sono solo nel colmo del mio digiuno rituale nella Loggia dell'Apollonio, c'è un'ampia coppa di frutta. C'è l'uva che ieri mi inviò da Pegli il conte di Grado Luigi Rizzo, il mio
diletto compagno di Buccari, il mio Ammiraglio, delle navi rubate o ribelli 
a Fiume d'Italia.
C'è l'uva di Bolzano, ci sono pesche stupende, che mi ricordano quelle d'Abruzzo,
polpa e sugo, sugo e polpa.
Lentamente pilucco i grappoli di Pegli e quelli di Bolzano,
comparando con molta attenzione i due sapori."






Negli epistolari intimi e persino nelle sue comunicazioni quotidiane al personale
di casa, il poeta raggiungeva vette di sublime lirismo.
Come nelle lettere indirizzate a una delle sue giovani fiamme, Letizia De Felici,
da lui rinominata Melitta.
L'amante gli aveva regalato una pernice, e lui l'aveva mangiata,,
celebrandone "la squisita carne ", mai però paragonabile a quella " della quaglia di Cori ",
ovvero la stessa Letizia, " pescanoce a due gambe ".






E dopo quello che lui chiamava "incendio mistico " di sfrenata lussuria,
il 15 luglio 1926 scriveva
" Io sono tuttora foderato di pelle tua. La tua pelle è sovrapposta alla mia esattamente, e non riesco a strapparmela di dosso. Mi rinfresca e mi brucia al tempo medesimo:
pelurie di pesca e ardore d'inferno.
Sorrido per velare la mia malinconia. Non so veramente se tu sia una cosa di carne
o una cosa di sogno. Ma so che sei scomparsa. "
In fitte pagine di pensieri che avrebbero dovuto dare vita a un' opera autobiografica
rimasta mutila e disorganica, il poeta celebra i suoi riti orgiastici, 
una sorta di febbrile e stuporoso stato dionisiaco, la porta che conduce alla liberazione
del suo genio, all'attivazione di fervore mentale rigeneratore.






Da consumato esteta, rapito nell'estasi e nell'ebrezza anche mediante 
l'uso della cocaina, descrive con minuzia quegli " eccessi quasi criminosi ",
di voluttà carnale, che rappresentano il limitare del digiuno.
Davanti al pasto belluino del mattino, o del mezzogiorno, rinasce il poeta dei sensi,
" puro spirito vibrante ", pronto alla creazione artistica.
Il 5 ottobre 1933, scrive: "  Ecco, dopo ventiquattrore di orgia possente e 
perversa, dormo undici ore continue. Vado subito a cercare, nel risveglio, il "piatto freddo "
nel corridoio buio. Mangio avidamente - non come un principe ma come un minatore -
prendendo le fette colle belle dita. O incanto della Fame, che trasmuta in ambrosia e in
nettare il prosciutto cotto e il Porto Ruby! "
Questo era il vero D'Annunzio.


Con questo post è iniziata la nuova rubrica
La storia in cucina
che verrà collocata all'interno di " Piccole storie nella Storia "










martedì 21 maggio 2013

Il mito di Proserpina




Il mito della dea Proserpina
All'inizio dei tempi, sulla terra splendeva sempre il sole e faceva sempre caldo. I prati erano perennemente coperti di fiori e nei campi crescevano frutti, verdure e frumento tutto l'anno.
Era la Dea Cerere che seminava, innaffiava le piante e faceva sì che gli alberi fiorissero e dessero frutti. Mentre Cerere lavorava, sua figlia Proserpina giocava nei verdi boschi della Sicilia e la sera tornavano a casa insieme cantando e ridendo. 
Tra gli Dei, c'era però un Dio non altrettanto felice e fortunato. Era Plutone, il Dio dei morti, il quale non viveva insieme a tutti gli altri Dei sul Monte Olimpo, ma regnava sotto terra, al freddo e al buio.


I raggi del sole non erano mai riusciti a penetrare in quelle tristi caverne, ed in questo lugubre luogo, Plutone viveva solo; nessuna donna aveva infatti mai voluto rinunciare allo splendore della luce, al calore del sole e alle bellezze della natura per diventare regina dell'oltretomba.







Ogni tanto Plutone saliva in superficie per spiare la vita sulla terra, ma la luce del sole gli faceva male agli occhi ed inoltre, vedere tanta bellezza e tanto splendore, lo rendeva ancora più triste. Un giorno Plutone scorse Proserpina mentre raccoglieva fiori nel verde della sua amata Silicia.
Quando la vide se ne innamorò, ma sapendo che se fosse andato a chiederla in sposa a Cerere, entrambe avrebbero rifiutato la sua proposta, decise di rapirla, col consenso di Giove.






Salì quindi sul suo carro nero, lanciò i cavalli al galoppo frustandoli con furia al punto che tutta la Sicilia tremò per quella galoppata e, con le redini fra i denti, si sporse dal carro ed afferrò  Proserpina per i capelli.
Mentre Proserpina gridava supplicando di essere lasciata andare, Plutone  continuava a galoppare verso l'Oltretomba fino a quando, colpendo la terra con la sua frusta, questa si aprì ed il carro piombò nel baratro, portando con sè la fanciulla.






Quando giunsero al fiume Acheronte, che divide il regno dei vivi dal regno dei morti, Proserpina gridò  al punto che anche il fiume s'impietosì, e cercò di far cadere Plutone afferrandolo per le gambe.
Ma Plutone scalciò con forza e si liberò e Proserpina, disperata, si tolse la cintura di fiori  che aveva in grembo e la lanciò nel fiume , affinchè le acque potessero portare alla madre il suo messaggio.
Plutone e Proserpina giunsero nel regno dei morti e, mentre Plutone cercava di consolarla dicendole che sarebbe diventata regina, sulla terra era sceso il tramonto e  quindi Cerere incominciò a chiamare e a cercare la figlia.







Cerere cercò disperatamente la figlia in giro per il mondo ed intanto, per il dolore e la disperazione,  lasciò appassire i fiori e smise di seminare sicché, il frumento ed i frutti , smisero di crescere.
Dopo nove giorni e nove notti vissuti senza sonno e senza cibo alla ricerca della figlia scomparsa,  il decimo giorno Cerere si sedette stanca e disperata lungo la riva di un fiume  fino a che scorse , accanto a lei, una piccola cintura di fiori.
La verità le fu raccontata da Elios, il dio Sole, che illumina la terra e con la sua luce discopre ogni trama oscura. Elios, che tutto vede e tutto ascolta, rivelò a Cerere lo svolgimento dei fatti  avvenuti con il consenso di Giove.







Per il dolore, Cerere non si curò più della terra e quindi  cessò la fertilità dei campi  e vennero i tempi della carestia e della morte. Giove,  vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò  i suoi messaggeri ad ammansire l'indignata Cerere, la quale, irremovibile nel suo dolore, rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra solo se Proserpina fosse tornata .
Giove decise allora d'inviare immediatamente Mercurio ad avvisare la figlia affinché  non toccasse cibo, ma Mercurio, per quanto veloce, arrivò troppo tardi.
Plutone infatti aveva fatto preparare un pranzo succulento ed appetitoso  ed anche se  Proserpina era troppo infelice per mangiare, a forza d'insistere, cedette per la fame davanti a rossi e succosi chicchi di melograno (simbolo d'amore), che Plutone, furbamente, le aveva messo nella mano.






Plutone gliene porse una dozzina e , quando arrivò Mercurio, Proserpina purtroppo ne aveva già assaggiati sei. La fanciulla scoppiò in lacrime quando venne a conoscenza della legge divina per cui, colui che mangia anche un solo boccone mentre si trova nel regno dei morti, non può più ritornare sulla terra.
Proserpina gridò allora tutta la sua rabbia ed il suo odio a Plutone per l'inganno subìto  e Plutone , che ne era innamorato ed avrebbe voluto essere amato a sua volta, impallidì, confessandole di averla rapita perché si sentiva troppo solo.
Allora Giove, mosso a compassione, decise che Proserpina, avendo mangiato sei chicchi di melograno, avrebbe vissuto nel regno dei morti insieme a Plutone per sei  mesi all'anno ed i rimanenti sei mesi avrebbe  vissuto sulla terra insieme alla madre Cerere.
Il mito di Proserpina vuole quindi  che  l'arrivo della Primavera sia sancìto dall'arrivo di Proserpina  sulla terra, che porta con sé il soffio creatore dell'abbondanza e che il suo ritorno nell'Ade, sei mesi dopo, coincida con l'arrivo  dell'autunno e dell'inverno, per tornare e rinascere nuovamente, insieme alla vegetazione, la primavera successiva.





La storia della dea romana Proserpina, Persefone per i greci, è così suggestiva ed intrisa di fascino d'aver ispirato numerosi artisti i quali, nel corso dei secoli, hanno interpretato il mito utilizzando diverse forme d'arte.
Nella scultura eccelle il 'Ratto di Proserpina', capolavoro di Bernini che dà vita al marmo raffigurando la delicata fanciulla mentre viene rapita da Plutone per essere portata negli Inferi.
La struggente storia dell'incantevole figlia di Zeus e Demetra destinata a diventare suo malgrado Dea degli Inferi è stata anche messa in musica ed in particolare possiamo ricordare la 'Proserpina rapita', famosa opera di Claudio Monteverdi e la 'Proserpina' di Camille Saint Saens.






"  queste cose non avvennero mai ma sono sempre "
( Sallustio )


( fonti e immagini dal web )





lunedì 20 maggio 2013

Terre d'acqua, il Principato di Lucedio




Domenica 5 maggio, finalmente, sono riuscita a visitare
Il Principato di Lucedio,
era tantissimo tempo che desideravo vedere questo antico luogo
ma l'apertura al pubblico è limitata, per pochi mesi all'anno, alle sole domeniche,
e soprattutto essendo che per metà è privato e per metà della Regione Piemonte
la parte della Regione è visitabile solo nella prima domenica del mese...
il resto lo fanno la nebbia o le zanzare a seconda della stagione...
ma finalmente ce l'ho fatta!




Tra i campi coltivati a riso dell'ordinata piana che si estende tra Vercelli e
Trino, le grange formano ancora oggi
un sistema efficiente di organizzazione agricola (grangia deriva, non a caso, da granica, deposito di grano).
I nuclei principali presenti sul territorio sono sette e, tra questi, riveste
particolare importanza il Principatodi Lucedio,
 luogo leggendario, le cui
antiche e solide mura celano uno dei
più fulgidi esempi di architettura cistercense del Piemonte.
Anticamente, afferivano all'abbazia cistercense di Santa Maria di Lucedio
le grange di Leri, Darola, Montarolo,Castelmerlino, Montarucco e Ra -
mezzana, alle quali si aggiunsero altri nuclei in tempi diversi






Oggi, il Principato si è adattato alle
naturali evoluzioni della storia e dell'agricoltura ed ospita un’azienda
agricola, guidata dalla Contessa
Rosetta Clara Cavalli d’Olivola di Wiesenhoff, mentre nelle
splendide sale medioevali vengono
organizzate visite guidate, degustazioni, ricevimenti. 
Ma il fascino arcaico è rimasto immutato








Osservando il complesso abbaziale dall'ingresso principale, sormontato dall'antica scritta che ricorda che si sta varcando la soglia del Principato, si percepisce un'atmosfera
 di sospensione e soltanto il rombo, in lontananza, di un trattore,
riporta alla modernità.
 Ad aggiungere suggestione, i possedimenti sono
spesso immersi in una fine nebbiolina, sulla quale molto si è scritto e
fantasticato attribuendole cause misteriose soprannaturali






 In realtà, la leggenda trova spiegazione nella presenza, nei terreni circostanti, di
numerosi fontanili, falde acquifere
sotterranee che affiorano in superficie e creano questo singolare fenomeno.
D’altro canto, è proprio l’abbondante presenza di acque ad avere favorito,
tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, l'introduzione del riso nel vercellese.
 I monaci Cistercensi, attenti pianificatori e profondi conoscitori
delle tecniche agricole, furono tra i primi a coltivare il prezioso cereale,
contribuendo a trasformarlo in un alimento base della dieta popolare.








La fondazione dell’abbazia di Lucedio risale all’anno 1123, quando
il Marchese Ranieri di Monferrato donò ai monaci Cistercensi provenienti
dalla francese La Ferté alcuni terreni a nord di Trino. 
Fedeli alla regola di vivere del lavoro delle proprie mani, i monaci bonificarono
 il territorio ancora boschivo
Di quella selva resta traccia nel 
Bosco delle Sorti della Partecipanza
 a breve distanza dal Principato,
e nello stesso toponimo
Lucedio che pare derivare da lucus,
bosco









.
Con la soppressione della celebre abbazia, per effetto di Papa Pio VI
 del 10 settembre 1784, con altre grange lucediesi,
 passò all'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.







Passata poi a Napoleone durante la dominazione francese e poi, nel 1807, 
al Principe Borghese (cognato di Napoleone). 
 Nel 1818 fu acquistata in società dal Marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, 
dal Marchese Francesco Benso di Cavour e da Luigi Festa. 
Nel 1822, con lo scioglimento della società rimase al Marchese Giovanni Gozani di San Giorgio,
 antenato dell'attuale proprietaria. 
Nel 1861 Lucedio fu comperata dal Marchese Raffaele de Ferrari duca di Galliera.






Egli divenne così Principe di Lucedio in virtù di quanto fatto a vantaggio dello Stato Italiano. 
Dopo la sua morte il titolo ed i terreni passaro al nipote Marchese Andrea Carega Bertolini. 
Nel 1937 Andrea Carega Bertolini vendette la proprietà al Conte Paolo Cavalli d'Olivola, padre della attuale proprietaria, la Contessa Rosetta Clara Cavalli d'Olivola Salvadori di Wiesenhoff .






Come ultima nota storica vorrei ricordare alcuni particolari.
L'abbazia, al culmine del suo splendore fu soppressa per ordine del Papa, 
con svariate accuse tra cui quella di satanismo. 
Non è l'unico caso simile che troviamo nella storia, 
sorte analoga è capitata all'Ordine dei Templari, per esempio.
 Le accuse erano varie, satanismo, eresia ed addirittura di pedofilia,
 ma la sostanza era sempre quella, ovvero, quando un'entità diveniva ricca e potente,
 la Chiesa inventava vari modi per sopprimerla, eliminando un concorrente
 e traendo profitto dalla confisca dei beni.








Inevitabile che a fronte di storie di satanismo, colonne che piangono, 
chiese sconsacrate Lucedio, ormai abbandonato, fornisse un terreno fertile per 
il sorgere di tutta una letteratura incentrata su Diavoli e riti satanici,
e fosse probabilmente meta di "feste" 
in onore del "Maligno"






In realtà Lucedio è un posto fantastico pieno di pace e di tranquillità.
Negli anni 60 del secolo scorso ospitava nella stagione della raccolta del riso
le mondine, fino 4500, che arrivavano qui con i figli per i quali era addirittura
stata costruita una scuola, oggi in completo abbandono.






Dopo anni di abbandono l'Abazia è ritornata,
dopo un accurato restauro al suo antico splendore

Un'atmosfera serena, addirittura gioiosa, è quella che oggi si respira
 nell'antico Principato.
 La parte privata del complesso architettonico e sede 
di un'importante azienda agricola, aperto alle visite, 
e affittato come location per matrimoni ed eventi.






Una mattinata bellissima, un luogo pieno di fascino,
immerso nella sconfinata solitudine delle risaie, 
esattamente l'opposto di quello che in questi anni le televisioni
si sono divertite a descrivere.







Volevo raccontarvi il seguito di questa giornata
ma vedo che, come al solito, mi sono dilungata troppo.
Vi racconterò di Santa Maria delle Vigne e 
dello Spartito del Diavolo
in un prossimo post.






















domenica 19 maggio 2013

Stelle




" Accade che le stelle non si schiudano
in cielo.
Ed è il suolo a brillare
al pari d'un firmamento stellato. "
( J.R. Jimenez )





sabato 18 maggio 2013

I libri di Sandor Marai, L'Eredità di Eszter



Per vent'anni Eszter ha vissuto un'esistenza piana
e senza scosse,nella quale inconsapevole attesa di Lajos,
il solo uomo che abbia mai amato e grazie al quale ha conosciuto,per un breve periodo,
" quel senso di allarme continuo" che è stato " l'unico vero significato della sua vita ".
Un giorno Lajos che " mente come urla il vento ", torna.
Ed Eszter sa che torna per prendersi la sola cosa di valore che ancora
non si è portato via - e che lei non farà niente per impedirglielo.
Sa anche che la storia non è finita, perchè 
" gli amori infelici non finiscono mai ".
Un racconto che stringe la nostra mente in una morsa,
fino allo scoccare dell'ultima parola.


" L'Eredità di Eszter " ha un bellissimo ritmo - rapido e furioso
e disperatamente divertito: una costruzione nitidissima; e un personaggio,
quello di Lajos, che possiamo disporre tra i massimi
cialtroni e mistificatori della letteratura. " (P. Citati )


Per invogliarvi alla lettura:

" Quello che mi interessava era la vita...le probabilità...come hai detto 
prima tu, il gioco...Non sono mai stato uno che si gioca tutto per amore di una donna,
di una passione sentimentale...Anche nel nostro caso, ormai posso dirtelo non è 
stata una passione irresistibile a spingermi verso di te.Vedi, non voglio farti piangere, non mi serve che tu ti commuova. E poi sarebbe ridicolo. Non sono venuto per chiederti ma per esigere qualche cosa.
.............................................................................................................................................
Naturalmente in termini legali non ho alcun diritto di esigere qualche cosa da te. Ma esiste anche una legge diversa. Forse non te ne sei mai accorta ma è giunto il momento che tu sappia che oltre alla 
legge della virtù ne esiste anche un 'altra, ugualmente potente,, ugualmente valida...come posso dire?
...Cominci ad intuire qualche cosa? In genere la gente non riesce a tollerare questa consapevolezza.
Devi sapere che le persone non sono legate tra loro soltanto dalle parole, dai giuramenti e dalle
promesse, così come non sono i sentimenti o le simpatie a stabilire quali siano i rapporti più  autentici
Esiste qualche cosa di diverso, una legge più dura e rigorosa che impone a questa o quella persona di sentirsi
intimamente legata ad un'altra...Come due complici. E' stata questa legge a determinare il mio 
legame con te. Io sapevo della tua esistenza . Anche vent'anni fa. Quando ti ho conosciuta
ho capito immediatamente di cosa si trattava. Non ha senso che mi metta a recitare la parte del modesto:
sono convinto, Eszter, che nonostante tutto tra noi due sia io ad avere il carattere più forte.
Beninteso, questo carattere non è lo stesso di cui parlano i trattati di etica. Eppure io, l'uomo di
poca fede, il traditore, il fuggiasco, sono quello che è riuscito a rimanere intimamente fedele, con tutte
le sue forze, a quella legge diversa di cui non c'è traccia nei libri, anche se è la più autentica.
E' una legge crudele...Ascolta. La legge del mondo esige che ciò che è iniziato una volta debba essere
condotto a termine, E questo non è davvero motivo di gioia. Nulla arriva mai in tempo, la vita non ci dà
mai qualcosa nel momento in cui siamo preparati a riceverlo. Soffriamo a lungo a causa di questo disordine, di questi ritardi. Siamo convinti che qualcuno di prenda gioco di noi. Ma un bel giorno ci rendiamo conto che tutto era preordinato secondo un meccanismo perfetto...Due persone non possono incontrarsi 
neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro...Mature ma non secondo le loro inclinazioni o preferenze, bensì nell'intimo, secondo i dettami di una specie di legge astronomica
inoppugnabile, così come si incontrano i corpi celesti nell'immensità dello spazio e del tempo, con
precisione matematica, nello stesso attimo, che è il loro attimo nella successione infinita dei secoli
e delle distese spaziali. Io non credo negli incontri fortuiti. "

venerdì 17 maggio 2013

Slot City, se l'Italia diventa una sala bingo



Basta una gita fuori porta da Milano.
Poco più di un'oretta di macchina e tra le colline della Brianza lecchese
spunta la Las Vegas italiana, Consonno.
Ora è solo una città fantasma.
Del minareto, delle sale da gioco e delle balere di un tempo rimangono
le vestigia. Le pacchiane sfingi egiziane così come le pagode cinesi e le gallerie 
di negozi stile mille e una notte, gli armigeri medioevali e le colonne doriche, 
le rocce finte, i cannoni puntati contro i paesi vicini e le cascate
facevano da corona al Grand Hotel Plaza dove Pippo Baudo,
Jonny Dorelli  e le star degli anni sessanta tenevano banco durante le loro serate.






Di tutto questo rimane solo in ricordo.
Sulla strada all'imboccatura della cittadina oggi disabitata campeggia ancora
il tornitruante  " Consonno è il paese più piccolo ma più bello del mondo ",
evocazione di una città che doveva essere ma non c'è più.
Oggi quella città dei divertimenti non è più lì tra le colline brianzole
perchè si e disseminata ovunque in Italia.






Per accorgersene basta girare la propria città.
Le sale Bingo hanno preso il posto di pizzerie e cinema, i bar rigurgitano di slot machine
i tabaccai sono illuminati dai monitor delle videolottery e le casse dei
supermercati traboccano di sgargianti gratta e vinci.
Senza contare che l'appuntamento settimanale con il Lotto oggi ha raddoppiato:
si estrae due giorni a settimana. Finito? Macchè!
Una rete del digitale terrestre dedicata al gioco d'azzardo
e le trasmissioni sul poker si moltiplicano...senza contare casinò on line
e applicazioni per l'azzardo accessibili a tutti gli smartphone.
E per finire le pubblicità sparate sul digitale terrestre con il marchio
dei monopoli di stato.






Insomma l'Italia stessa è diventata una grande Consonno,
dove casinò e biscazzieri diventano frequentazioni quotidiane.
Questa grande trasformazione che spinge la penisola a credere che a salvarla sia il ludico
e non il lavoro la racconta Marco Dotti nel suo Slot City.






Ogni epoca ha una sua città ideale.
L'accarezzava Platone e la sognava forse Piero della Francesca.
Consonno è stata tutto questo nella mente del suo eroe eponimo Mario Bagno:
la città ideale per l'Italia che si lasciava il boom economico
alle spalle e entrava nella bolla che l'avrebbe condotta alla recessione
e al grande debito





In molti penseranno che la trasformazione dello stivale in uno
sconfinato tavolo verde spetti ancora una volta al malefico Silvio
con le sue televisioni commerciali. E invece no.
A ingenerare la metamorfosi ci hanno pensato i moralisti della porta accanto,
quelli che alzano il ditino per indicare il lecito e l'illecito ma anche sotto sotto
come dei novelli Vespasiano sanno che la pecunia non puzza soprattutto se si tratta
di colmare le casse dell'erario.





Saranno Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi,
con i loro governi a dare il là. Poi Valter Veltroni che da ministro introduce
la seconda giocata del lotto( il mercoledì ) per accrescere le entrate dello stato.
Lo segue a ruota Pier Luigi Bersani che col decreto semplificazione, da ministro,
da un lato taglia i 5 o 2,5 euro sulle ricariche del telefonino, dall'altro avvia il più
grande processo di tassazione, legalizzazione e distribuzione di Slot Machine che l'Europa abbia mai conosciuto.





Poi Tremonti, certamente, con il decreto Abruzzo del 2009, che permette, grazie all'incasso
delle videolottery, di contabilizzare introiti già assegnati per la così detta costruzione della così detta
new town dell'Aquila.
Ma non finisce qui
L'ultimo passo tocca a Mario Monti, ovviamentre.
Dal 18 aprile , mentre tutto tace, ha preso vita e forma il "Lotto online ".
Questa volta ha il colore chiaro, preciso,
Tremonti a parte, del PD.
Altrochè Berlusconi, berlusconismo e la cattiva maestra televisione.
Ad avere trasformato i cittadini in giocatori non ci sono le televisioni ma le leggi
precise che profittano della mancanza di speranza, dell'indebitamento e delle difficoltà
degli italiani per rimpinguare le casse dello Stato.





Chi sono coloro che affollano le sale scommesse?
A Milano i giocatori patologici sono il doppio degli alcolisti e tossicodipendenti
in cura al Sert. Ma il giro d'affari non deriva da loro.
A fare girare la macchina sono i " normali ".
" Se vai in una sala scommesse, dice, un taxista a Dotti, non ci trovi
tanto il giocatore, Ci trovi l'indebitato."





I conti tornano subito: negli ultimi 8 anni. mentre la crisi imperversa, il fatturato
del comparto giochi esplode: si passa da 25 a 94 miliardi con una crescita del 400%.
La raccolta complessiva tra gennaio e dicembre 2012 è stata di 87,8 miliardi di euro.
Sia la videolottery sia le slot machine sono monitorate dai sistemi centrali
della Sogei, la società di Information and Communication Technology
del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
Il 13,5 % dell'incasso delle videolotterie  finisce direttamente nelle casse dello stato.
Un affare per le finanze pubbliche l'aver fatto evolvere gli italiani
da sudditi in cittadini.
E poi in giocatori.


Ma voi, cosa ne pensate di uno Stato che diventa biscazziere?

( fotografie dal web)





Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")