lunedì 12 maggio 2014

L'Abazia di Morimondo




Come vi avevo raccontato QUI, il giorno di Pasqua
l'abbiamo trascorso visitando prima Vigevano, di cui vi ho parlato.
e poi l'Abazia di Morimondo e vi avevo lasciati promettendo un futuro post.
Ed eccomi a pagare pegno.






Correva l'anno 1134. Dodici monaci provenienti dall'Abbazia francese di Morimond giungevano in Italia, prima a Coronate e poi nel sito attuale, e fondavano l'Abbazia di Morimondo
Un evento capitale che segnò l'arrivo in Lombardia dell'Ordine Cistercense, fautore dell'unione tra il lavoro nei campi e la spiritualità: sono rimasti celebri i motti "ora et labora" (prega e lavora) e "cruce et aratro" (con la croce e con l'aratro).

















L'edificio sacro si trova vicino ad Abbiategrasso, antico borgo caratterizzato dal Castello Visconteo e dal Convento dell'Annunciata. Lungo la SS526 entriamo nel cuore del Parco del Ticino, polmone verde riconosciuto dall'UNESCO come riserva della biosfera.




E in una campagna costellata da raccolti nuclei rurali troviamo l'Abbazia cistercense di Morimondo, la più antica tra le quattro della Bassa. Un gioiello storico incomparabile, introdotto dai colori caldi dell'architettura in laterizio.











Il primo impatto lo si ha con la facciata a vento della chiesa, che si rifà alle architetture delle chiese gotico lombarde. L'interno è a croce latina, suddiviso in tre navate e culminante in un abside rettangolare. Stili romanico e gotico si mischiano nelle forme degli archi a tutto sesto e a sesto acuto.



















Tra i preziosi arredi meritano una citazione l'acquasantiera del XIII secolo, la decorazione rinascimentale in terracotta sulla porta della sacrestia e il coro dagli intarsi lignei rinascimentali.


















Il complesso dell'abbazia comprende anche un bellissimo chiostro, che collega la chiesa al monastero. I tre porticati si fanno risalire al Cinquecento, mentre sono di due secoli più tardi i due palazzi che lo chiudono a nord e a ovest.

Sul lato orientale si trova invece la Sala Capitolare, sobria, ma al tempo stesso elegante, contraddistinta da slanciate colonne in pietra. La stanza era utilizzata dai monaci per espiare le proprie mancanze verso la Regola e ricevere le punizioni dall'abate.























Verso il lato sud, infine, lì dove un tempo c'era lo scalone che conduceva al Calefactorium, si entra al piano inferiore del chiostro che ha il compito di collegare i vari livelli del monastero e il loggiato.






Insomma, come vi avevo già detto, una giornata splendida,
fatta di cose semplici e nello stesso tempo importanti,
in compagnia di mio marito e dei nostri " ragazzi pelosi ".




sabato 10 maggio 2014

Cinque libri che amo e...un giochino!




La mia amica Sheryl autrice del blog



mi ha invitata a partecipare a questo giochino, e come non accettare?
Quando si parla di libri io ci sono sempre.
Dunque, si tratta di elencare e dire due parole su 5 libri e poi invitare
5 persone a proseguire il "gioco"
Però, 5 libri per una come me che vive di libri sono veramente pochi,
come faccio? Devo escludere tanti grandi amori,,,vabbè, ci provo...



Moby Dick, Melville







II giovane Israele incontra in una locanda il polinesia­no Quiqueg e con lui s' imbarca sulla baleniera Pequod. Solo a navigazione iniziata Ismaele conosce il capita­no della nave di cui finora ha sentito favoleggiare 
dal­l' equipaggio che ne è affascinato. Il capitano Achab ap­pare sul ponte, solido come il bronzo, con una gamba d' osso di balena e un' unica ossessione: trovare Moby Dick, l' inafferrabile balena bianca che l'ha mutilato con un colpo di coda. Da anni i balenieri di tutto il mondo parlano di lei. Moby Dick è astuta e feroce. Tutte le na­vi la temono e fuggono, tranne quella di Achab. Per mesi il Pequod percorre gli oceani alla ricerca del mostro e l' irresistibile inseguimento del capitano Achab si ca­rica di significati simbolici. Moby Dick è il Male, il mi­stero del destino, il dramma della vita umana e Achab è l' uomo che non accetta i limiti imposti alla sua con­dizione e sfida le forze della natura. Moby Dick final­mente appare. La caccia dura tre giorni e Achab, divi­so l' equipaggio su tre lance, guida l' assalto definitivo. La nave speronata affonda. Achab con un rampone ag­gancia il mostro ma resta impigliato alla fune e trasci­nato nell'abisso con i suoi uomini. Solo Ismaele si sal­va sostenendosi per due giorni a un relitto.

Grandissimo libro, grande enciclopedia del mare e dell'animo umano.






" Ma nell'inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo,
o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi
ruota dinnanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo,
esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada. "



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Delitto e castigo, Dostoevskij






Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un'afosa estate. L'epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.

Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall'ostilità sociale: quello premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L'autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol'nikov, e il romanzo narra la preparazione dell'omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.

Dopo essersi ammalato di "febbre cerebrale" ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell'atto scellerato. Fondamentale sarà l'inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol'nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l'amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.

Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.

Oltre al destino di Raskol'nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l'ateismo e l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.

Raskol'nikov reputa di essere un "superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un'azione spregevole — l'uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene, più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol'nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.

Il vero castigo di Raskol'nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere all'altezza di ciò che ha fatto.








" A volte l'uomo è straordinariamente, appassionatamente 
innamorato della sofferenza. "



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I Vicerè,  Federico De Roberto








'I Vicerè' narra la storia della nobile famiglia siciliana de gli Uzeda nell'arco di tempo che va dai primi moti dell'isola alle elezioni del 1882. Gli Uzeda sono dilaniati da accaniti contrasti per motivi di interesse che oppongono il principe Giacomo, duro e avido, al dissoluto conte Raimondo, il cinico e corrotto don Blasco al nipote Ludovico, anch'egli monaco senza vocazione, e alla sorella, donna Ferdinanda. Questi contrasti hanno per cornice i grandi avvenimenti dell'unità italiana. Alle beghe di fratelli e parenti si aggiunge la lotta che tutti insieme sostengono per conservare gli antichi privilegi, per mantenere, nel rapporto tra sfruttatori e sfruttati, la parte dei dominatori: nonostante il naufragio di alcuni singoli come don Eugenio finito in miseria. Don Blasco è pronto ad approfittare della soppressione dei conventi per acquistare i beni degli ordini ecclesiastici. Il vecchio don Gaspare non esita a fingere simpatie liberali riuscendo a farsi eleggere deputato. Consalvo, l'ultimo degli Uzeda, si mescola a faccendieri e corruttori pur di farsi eleggere. Il naufragio degli ideali della borghesia liberale è emblematizzato dalla figura di Giulente, giovane patriota che nonostante il matrimonio con una Uzeda, non ottiene la sperata promozione sociale e risulta sconfitto alle elezioni politiche. Attraverso le vicende degli Uzeda lo scrittore disegna un vasto affresco dell'aristocrazia siciliana nel momento del difficile passaggio dal regime borbonico alla nuova realtà sociale dell'Italia unita.






" Io mi rammento che nel Sessantuno [1861], 
quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse: 
"Vedi? Quando c'erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; 
ora che abbiamo i deputati, lo zio siede in Parlamento."



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Le confessioni di un Italiano,  Ippolito Nievo








Romanzo di Ippolito Nievo, che a lungo è stato conosciuto come "Confessioni di un ottuagenario", titolo voluto dagli editori che le pubblicarono postume nel 1867, perché il pubblico non avesse il dubbio si trattasse di un libro di propaganda politica. 

ll protagonista Carlo Altoviti detto Carlino, nato nel 1775, narra nel 1858 le proprie vicende, intrecciandole con quelle d'Italia, dalla disgregazione della società settecentesca a causa dei colpi inferti dai nuovi rivoluzionari, al consolidarsi della nazione italiana durante la Restaurazione, passando poi alle prove di libertà sui campi di battaglia. 

Carlino, orfano, viene allevato, poiché sua zia è moglie del conte di Fratta, nel Castello di Fratta nel Friuli, vicino a Portogruaro. Qui, la vita si svolge ancora nei dettami e con gli usi di una società di stampo feudale, ridicola e fuori tempo massimo. 

Carlino è sopportato più di quanto sia amato; ma gli vogliono bene un vecchio servo, Martino, e, a suo modo, la sua cugina Pisana, bambina affatto originale e anticonformista, la quale sarà per tutta la vita il suo romantico amore, nonostante ella si sposi poi con un vecchio, ricchissimo nobile veneziano. 

Carlino, studente a Padova, entra in contatto con ambienti liberali. 
Arriva Napoleone. 
Venezia è venduta col trattato di Campoformio.
La Pisana se ne lamenta con l’amante, un còrso, ufficiale dell'esercito napoleonico, che non ha cuore di farsi restauratore della libertà veneziana; la Pisana lascia il marito e si unisce a Carlo.

Ma questi è costretto alla fuga: Milano, Firenze, e poi Roma. 
Entra nella legione comandata dal Carafa di cui la Pisana, solo per l'odio che nutre nei confronti dei reazionari, è diventata amante. 
Carlo, combattendo poi per la Repubblica Partenopea, viene fatto prigioniero da Gaetano Mammone, capo dei Sanfedisti; ma è salvato dalla morte grazie al romanzesco e provvidenziale intervento della Pisana e del dottor Vianello, uno dei frequentatori del castello di Fratta, innamorato della contessina Clara, sorella della Pisana che si era fatta monaca perché la famiglia non le aveva permesso le nozze con lui. 

Caduta la Partenopea, Carlo e la Pisana vanno a Genova. La città è difesa dal Massena. Si recano a Bologna. Ma la volubile donna abbandona Carlo, che torna a Venezia in occasione della formazione del Regno ltalico. 
Qui Carlo si ammala, e la Pisana lo cura affettuosamente, accompagnandolo quand'è ancora convalescente in una gita sui luoghi dell'infanzia.
Nell'occasione, Carlo conosce una ragazza, Aquilina, che gli vorrà bene; e la Pisana vuole che i due si sposino, sacrificando il suo affetto intenso ma bizzarro alla pace di lui. Dopo il matrimonio si allontana.


Caduto Napoleone, Carlo è fra i liberali; nel 1820, soldato di Guglielmo Pepe, e ferito, fatto prigioniero e processato per alto tradimento; condannato ai lavori forzati, perde la vista e gli viene commutata la pena nell'esilio.

È opera della Pisana, ancora una volta: che lo accompagna a Londra, lo cura, lavora, chiede l'elemosina per aiutarlo. Carlo riacquista la vista per opera del dottor Vianello, anch'egli esule a Londra; ma la Pisana, stremata dalla vita di privazioni e stenti, muore. 

Carlo conserva però vivo il ricordo della donna, e ne elegge lo spirito a guida anche negli ultimi anni. Sono questi anni che segnano la decadenza della famiglia di Fratta; anche del Castello non resteranno che alcuni ruderi. 


Per la potenza evocatrice d‘un mondo che scompare, per l'umorismo a tratti lieve e giovanile, altre volte pensoso, e soprattutto grazie alla creazione di un personaggio indimenticabile come la Pisana, questo romanzo resta fra i piu suggestivi libri del nostro '800.






" Bisogna aver vissuto e filosofeggiato a lungo
per imparare a dovere la scienza di tormentarsi squisitamente "



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Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati








Giovanni Drogo, protagonista del romanzo, dopo l’accademia militare e con il grado di tenente viene assegnato alla Fortezza Bastiani: una caserma fortificata nel mezzo del deserto dei Tartari. Luogo questo di invenzione narrativa ma che ricorda ambienti isolati tipici di alcuni quadri surrealisti e metafisici. Durante il viaggio di alcuni giorni verso la fortezza, Drogo incontra il capitano Ortiz, con il quale prosegue il viaggio.

Drogo viene istruito dal capitano sul fatto che molti cercano di andarsene dalla fortezza e che comunque di solito il servizio dura due anni e serve a molti per fare carriera. Drogo però non sa per quanto tempo dovrà rimanere in servizio alla Bastiani e quando vede la fortezza e la desolazione che la circonda, spera di andarsene al più presto. Viene, però, convinto dal maggiore Matti a fermarsi per almeno quattro mesi. In questo periodo Drogo scopre tutta l’amarezza del vivere in un luogo isolato, sperimenta una quotidianità ripetitiva dove nulla accade di nuovo.

I nemici, i Tartari, non appaiono mai all’orizzonte e quindi diventano una speranza di riscatto e gloria che col tempo tende ad assopirsi. Passati i quattro mesi, Drogo potrebbe andarsene ma è trattenuto dal farlo; oscure presenze, racconta Buzzati, gli impediscono di partire, parte di queste albergano nel suo animo. Cosa è successo?

Si sta abituando ad un’esistenza diversa da quella che aveva immaginato. La vita militare nella fortezza è cadenzata dallo stesso ritmo quotidiano, dagli stessi volti, dalle stesse ripetute ritualità e questo, malgrado tutto, ha un suo piccolo fascino. Un giorno per sbaglio viene ucciso da una sentinella il soldato Lazzari, perché non risponde alla sentinella, identificandosi con la parola d’ordine. Il soldato era andato a recuperare un cavallo.

In seguito avviene un altro lutto, il tenente Angustina muore di freddo durante una missione amministrativa. Missione che doveva incontrare una delegazione nemica mandata a stabilire i confini. Dopo molti mesi di servizio Drogo ottiene una licenza e ritorna nella sua città natale. La distanza fra lui, la madre e i suoi amici si fa più ampia, perché tutto gli sembra un po’ sbiadito. Gli amici hanno altre vite, la ragazza di cui si era invaghito nel passato, ha intrapreso un’altra strada e la madre è invecchiata. Non gli resta che tornare alla fortezza nella speranza che qualcosa di nuovo possa accadere.

In realtà molti suoi amici partono e a Giovanni rimane solo l’amicizia con Simeoni, il quale un giorno avvista movimenti all’orizzonte ed entrambi immaginano, eccitati, l’approssimarsi della battaglia. Ma non è così, i nemici stanno solo costruendo una strada.

Un giorno, dopo anni, i nemici si apprestano ad attaccare. La fortezza è tutto un brulicare di uomini in armi, arrivano rinforzi dalla città e finalmente tutti si preparano alla guerra, ma Giovanni è invecchiato e si è ammalato. Non lo possono quindi tenere lì mentre fervono i preparativi per la battaglia. In una carrozza, solo, viene portato in una stanza d’albergo e lì comprende che la sua vita non è stata vana e che l’ultima missione, la prima e ultima battaglia della sua vita, dovrà combatterla con la morte. Mantenendo quella dignità che lo ha contraddistinto per tutta la vita.


Punti fondamentali del romanzo sono lo stile narrativo, lirico e preciso, in cui ogni parola evoca non solo un’immagine ma uno stato d’animo. E la trama, un racconto con spunti autobiografici ma soprattutto una storia che rappresenta con straordinaria profondità la parabola di un’esistenza.

Spesso il libro trascina il lettore in uno stato d’animo annichilito dalle vicende del protagonista, in cui si riflette un’esistenza comune, legata soprattutto alla monotonia del lavoro e degli impegni sociali. Ma a ben guardare “Il deserto dei Tartari” racconta l’animo umano e il suo adattarsi alle circostanze, oltre a rappresentare la trasformazione delle aspettative e delle ambizioni dell’uomo di fronte alla realtà della vita quotidiana, la cui bellezza si esprime in piccoli gesti e in piccoli atti che con dignità il protagonista svolge fino alla fine.







" Oh troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia
il suono della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione,
ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta. "



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Doveva essere un piccolissimo post...ma come si fa a parlare di 5 libri
in un piccolissimo post? Spero tanto di non avervi annoiati troppo, so che le mie
letture possono essere considerate " pesanti ", ma questi sono i libri che amo.
Ringrazio ancora Sheryl per avermi invitata a partecipare a questo " gioco " e a mia volta
invito Audrey, autrice di  Borderline,
a " giocare " con noi.


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Se vi fa piacere vi invito a visitare il blog di Grazia
e il bellissimo post che mi ha dedicato











giovedì 8 maggio 2014

Incontro con la Samaritana, Lucia Merli




Lucia Merli, di cui vi ho parlato QUI
mi ha permesso di pubblicare questa sua opera che mi piace molto,
vi invito a visitare il suo BLOG dove potrete ammirare anche gli altri suoi dipinti.


"Gesù risponde alla donna: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete.
 Invece, se uno beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete;
 l'acqua che io darò diventerà per lui sorgente per l'eternità". 
( Vangelo di Giovanni )

mercoledì 7 maggio 2014

Il branco, allo stadio e altrove




Eh sì,questa, arrogante e narcisista, è la Repubblica dei capibranco.
Un po' per volta si sono conquistati ogni centimetro della terra di nessuno,
dove la legge non esiste, non esistono occhi, non esiste l'individuo, non esiste responsabilità.
Esistono loro.
I branchi urlano, i branchi rompono, i branchi sparano, fanno le smorfie,
alzano le braccia, muovono il pollice su o giù e soprattutto i branchi comandano.
Imperano e non solo quelli delle curve, non solo gli ultrà.






Il branco è la parte distruttiva dei No Tav.
E' la violenza per la violenza dei Black  Bloc. Sono i travet del sindacalismo
quando rinnegano la missione di tutelare i deboli, ma si ordinano sacerdoti  della
" piazza per la piazza ", della " Restaurazione per la restaurazione ".
Sono i capi branco del voto, i capataz del clientelismo, i professionisti delle preferenze.
Tutti i partiti, prima o poi, vanno a chiedere pegno a questi usurai elettorali.
E più stanno al centro, nella mediana del potere, e più lo fanno senza imbarazzo.
Il branco è mafioso.






Il branco sono i volti anonimi della rete, la parte che si crede il tutto,
incarnazione della volontà generale, quelli che si muovono lesti e in massa
ogni volta che qualcuno deraglia dalla loro filastrocca:
" quattro gambe buono, due gambe cattivo ".
Vi dice nulla " La fattoria degli animali" ?
Eccoli, arrivano sguscianti e incappucciati, ti circondano, ti insultano, ti portano alla gogna
e poi scappano via, Avanti il prossimo. Squadracce del web.






Il branco è lo spettatore che non si accontenta più di fischiare o applaudire,
ma pretende di sentirsi protagonista, conseguenza della profezia di Andy Warhol
sul quarto d'ora di celebrità. 
Il branco è la retorica della società civile






I branchi sono il sale di questa democrazia che non ha nè nome nè cognome.
Sono rappresentanza, sono potere, sono scelta.
E' il branco che fa la legge. Ovunque. Se sei nel branco hai poteri speciali.
Puoi fare quello che al singolo non è permesso.
La tessera del branco vale quanto un passaporto diplomatico. Ti garantisce l'immunità.
Puoi fermare i treni, occupare la proprietà privata, frantumare le città,
conquistare la piazza, muoverti di notte con azioni di guerriglia, boicottare, insultare,
spazzare via tutto come orde di vandali, se necessario usare la violenza.
Puoi uccidere.





Il branco di piazze e curve è orfano di guerra, nel senso che gli manca la guerra
o la rivoluzione, ne ha nostalgia, come se fosse qualche cosa di atavico che questo 
tempo gli ha tolto.
Il branco si porta sulla pelle il vitalismo intellettuale del futurismo
e la fede nell'azione dei bolscevichi. Sono la peggiore eredità del fascicomunismo.
A loro insaputa, naturalmente.






Il branco mente. E i capi branco più di tutti.
Hanno bisogno di un'etichetta per riconoscersi, ma è solo una scusa per essere branco.
I tifosi non tifano. O se tifano tifano contro.
Il branco dice no.
Dice no sempre e dice no a tutto. Il no gli serve per sentirsi vivo.
Sono nichilisti perchè hanno paura di non esistere.






E lo Stato? Lo Stato tratta sempre con i capibranco, perchè è forte con i 
deboli e debole con i forti. E' spietato e rigido solo quando ti becca da solo.
Ogni individuo è imbrigliato in una rete di norme, leggi e leggine che  disciplinano il comportamento
umano e non umano. Presi ad uno ad uno lo Stato ci tratta come burattini,
In branco lascia che vada avanti il solito spettacolo d'arte varia.
Ecco allora, a chi assomiglia  lo Stato italiano. E' lo Stato di Mangiafuoco.






E gli unici a sentirsi al sicuro sono
il Gatto, la Volpe, Genny a' carogna e il resto del branco



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Lo Stato...







e intanto i tifosi...




( immagini dal web )

Clicca qui  Qui  e vai nel blog di Audrey ( Borderline )
se desideri leggere un articolo inerente a tale argomento::
Questione di sport, si vabbè!




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lunedì 5 maggio 2014

Le strade dei miei viaggi




Finalmente torna "Il senso dei miei viaggi" di Monica
con un tema che è l'essenza stessa del viaggio " Le strade dei miei viaggi "
Ma che cos'è il viaggio se non la vita stessa?
 E in realtà quali sono le strade che percorriamo durante la vita? Le strade che ci portano
a costruire quello che siamo?
Ogni vita e fatta di strade, strade reali che si percorrono nel corso degli anni, strade percorse una sola
volta magari durante un viaggio, strade che si percorrono ogni giorno
magari per recarsi sul posto di lavoro o per portare i figli a scuola
 oppure strade metafisiche o spirituali che ci conducono molto lontano dal nostro punto di partenza
più lontano di qualsiasi viaggio intorno al mondo che potremmo mai sognarci di intraprendere.
Ci sono altre vie che si percorrono nella vita, non le vie delle nostre città ma vie interiori
cammini tortuosi, a volte tormentati, strade che ci cambiano profondamente,
e ci sono strade
sulle quali vorremmo sempre tornare...




La strada della Fede






La dolorosa via del Calvario magistralmente interpretata da Gaudenzio Ferraris
al Sacro Monte di Varallo Sesia.

Perchè la via della fede non è facile, è difficile da intraprendere e ancora più 
difficile da seguire, spesso è dolorosa e piena di cadute
ma è anche una via illuminata da un raggio di luce che non si spegne mai.


"Il maestro camminava con loro (i discepoli di Emmaus) per via, 
anzi egli stesso era la via, ma loro non camminavano per quella via...
Camminava per via come un compagno di viaggio, 
anzi era lui che li conduceva. "
(Sant'Agostino, Serm. 235, 2)



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La strada della Filosofia e del Pensiero






Perchè è la strada che amo, che seguo da sempre, che non mi ha mai lasciata sola,
nemmeno nei momenti più bui.
Perchè credo che il pensiero, l'amore per il sapere, il desiderio di conoscere e 
di capire siano, con la Fede, la strada per la salvezza dell'uomo.
Perchè penso che sia insito nell'uomo il desiderio di andare oltre le sue conoscenze,
perchè credo che solo ricercando e scavando sempre più in profondità dentro sè stessi 
ci si possa dire veramente liberi.


" In filosofia quel che più importa non è raggiungere la meta, 
sono le cose che s'incontrano per strada. "
( Havelock Ellis, La danza della vita, 1923 )



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La strada di Casa






Perchè  è la strada del cuore,
quella che ovunque siamo nel mondo e qualsiasi cosa diveniamo non scorderemo mai.
Perchè è quella in cui ogni uomo sogna prima o poi di poter tornare...
Perchè è la strada della famiglia, dell'intimità, della protezione...
è la strada del riposo e dell'amore.


"Dove siete diretti?"
"Sempre verso casa".
(Novalis, Enrico di Ofterdingen)



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Con questo post partecipo all'iniziativa di Monica, autrice del blog Viaggi e baci,

" Il Sensi dei Miei Viaggi "



Non smetteremo di esplorare, 
alla fine di tutto il nostro andare, ritorneremo al punto di partenza, 
per conoscerlo per la prima volta. 
(Thomas Sterne Eliot)















venerdì 2 maggio 2014

" Sei come sei ", ma quale omofobia? A scuola hanno letto un libro porno




Leggo e riporto integralmente questo articolo apparso sul quotidiano Libero
a firma Mario Giordano e, che in modo perfetto e certamente meglio di
come avrei potuto scriverlo io, rispecchia quello che è anche 
il mio pensiero. Mi permetterò una piccola considerazione personale a conclusione del post.



" Se questo è squadrismo, ebbene: io sto con gli squadristi. Se questo è mettere all'Indice, ebbene io sto con l'Indice. In parole semplici sono d'accordo con chi ha deciso di denunciare i professori che hanno 
fatto leggere ai ragazzini di 14 anni di un liceo romano un libro che contiene
passaggi osceni degni dei peggior fumetti porno.
Adesso l'autrice di questo capolavoro, Melania Mazzucco, si trastulla di tanta
insperata pubblicità e, dalla prima pagina di " Repubblica ", si proclama di vittima di 
" un grave atto di intimidazione " e , ovviamente, della bieca censura anti gay.
Non le par vero, a lei che divenne famosa per un plagio di Tolstoj (  " Non ho copiato, è stato l'inconscio " ,
si giustificò ) di rilanciare vendite e notorietà dell'ultimo romanzo ( Sei come sei, Einaudi )
con un po' di vittimismo omosex a buon mercato.
Tanto da arrivare a definire il suo scritto  non solo utile ma "necessario ".

Ora, posto che di libri 2necessari " è pieno il macero, lascio ai lettori l'esegesi
di quest'opera fondamentale. In uno dei passaggi chiave l'autrice così descrive il rapporto orale
tra due uomini negli spogliatoi, dopo un allenamento di calcio: " Si inginocchiò e poi con un guizzo
fulmineo ficco la testa tra le gambe di Mariani e infilò l'uccello in bocca. Aveva un 
odore penetrante di urina, e un sapore dolce. Mariani lo lasciò fare. Giose lo inghiottì fino
all'ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni. "
Mi fermo qui, perchè l'elevato talento artistico, la prosa elegante ( notare le espressioni
" guizzo fulmineo " e " odore penetrante di urina " ) e l'intensa profondità spirituale dell'autrice 
non mi permettono ulteriori commenti. Mi sia consentita, però, almeno una domanda:
se questo è un libro necessario per un ragazzino di 14 anni, come antologia scolastica cosa 
sceglieranno? Le memorie hard di Moana Pozzi? Jurassik Porck? Ventimila seghe sotto i mari?
Ali Babà e i 40 guardoni? E alle elementari cosa cominceranno a leggere?
Pippi Tettelunghe? O gli Aristocazzi ?

Ribadisco: sarò uno squadrista, sarò un sostenitore dell'indice e forse pure un oscurantista.
Ma se sapessi che a mia figlia di 14 anni un professore fa leggere libri del genere, 
io non solo lo denuncerei. Ma vorrei che non fosse più il suo insegnante, seduta stante. 
Perchè, vedete, il problema non è la censura, è la scuola: l'opera fondamentale della Mazzucco
potrà trovare spazio in tutte le librerie, in tutte le biblioteche, in tutti i circoli culturali,
dappertutto, potrà scalare classifiche, vincere premi letterari, essere beatificata da 
Michele Serra e da Fabio Fazio, nessuno oserà obiettare nulla. Ma permettete: a un ragazzino
non sarebbe meglio far leggere qualche cosa d'altro? No, dico, già leggono così poco.
Dobbiamo proprio propinargli " l'uccello in bocca " ( sia detto con rispetto )
e il " sapore dolce " della fellatio?


Come vedete la censura " anti - gay " non c'entra nulla.
Il libro della Mazzucco va tolto da scuola non perchè racconta di un amore omosessuale,
ma perchè ne racconta in un modo non adatto ai ragazzini,
Anche su tutto il resto c'è da discutere, per carità: descrivere come " famiglia normale "
quella con due papà che per far nascere la figlia  si comprano l'utero di una gentile signorina in 
Ucraina, forse è esagerato. E leggere che uno dei due genitori, rimasto " vedovo ",
apre un ristorante dedicato al Cigno Nero perchè si tratta di un " animale sessualmente
indeciso " fa un po' sorridere. Ma qui siamo nel campo delle opinioni.
Far leggere ai ragazzi del "sapore dolce " inghiottito " fino all'ultima goccia " non è più un'opinione.
E' un'offesa, un reato. E non importa di che amore si tratta: eterosessuale, omosessuale,
polisessuale, .......sesssuale. Non fa differenza. Descritto così non è tollerabile.
Non a scuola.


Dicono i professori giustificandosi che sono poche pagine su 240. Peggio mi sento.
Quelle poche pagine, probabilmente, sono state messe lì apposta, specchietto per le allodole
ingenue, e saranno sicuramente le prime ( forse le uniche ) che gli studenti leggeranno.
Comunque non è che il resto del libro sia un capolavoro imperdibile, ne esistono altri migliori
e senza "guizzi fulminei " nascosti tra le gambe ( e tra le pagine ). L'autrice colta da egotismo da prima 
pagina non esita a tirare in ballo paragoni arditi con Catullo, Marziale, l'Eneide e la 
Divina Commedia. Un po' esagerato. no? Se anche Dante avesse mai scritto una frase banale
" infilò l'uccello in bocca, aveva un odore penetrante di urina " glielo perdoneremmo
perchè intorno c'è un capolavoro. Qui intorno alle pagine hard c'è 2 Sei come sei ", una specie di storiella
 da Liala omosex con Christian e Yuma, la loro figlia Eva " dagli occhi cangianti " e il 
Cigno Nero sessualmente indeciso.

E allora io sarò squadrista e oscurantista, ma continuo a domandarmi: con tutto quello che c'è
da leggere proprio la Mazzucco? Una che ha esordito copiando Tolstoj ( pardon: ispirandosi 
inconsciamente ) e che prosegue cavalcando la moda omosessuale, soltanto perchè fa tanto chic?
Nè vale l'argomento che " i ragazzi su Internet leggono ben di peggio ". Sicuro che leggono 
di peggio. Ma un conto è che lo leggano su Internet, un conto che glielo proponga la scuola.
Sapete comìè noi squadristi e oscurantisti siamo rimasti dell'idea che la scuola e la famiglia debbano
ancora insegnare dei principi sani, stabilire per esempio che " Silvia rimembri ancor " è 
più poetico che " infilò l'uccello in bocca ", e che la pornografia fa schifo e va evitata anche se
viene pubblicata nelle pagine della Einaudi. Perchè, si capisce. i giovani crescono attraverso la trasgressione,
ma la trasgressione non esiste se prima non esistono le regole. O meglio se le uniche regole che
esistono sono quelle per cui sotto l'insegna dei gay si può far passare qualsiasi immondizia,
e chi si oppone è un bieco censore.
Nel caso ho fatto la mia scelta e l'ho dichiarata all'inizio, sto con i censori.
E lascio agli altri l'immondizia. "
( Mario Giordano, Libero del 30 aprile 2014 )



Poi io mi stupisco se una persona recentemente laureata in lettere mi dice
che non ha mai sentito nominare " Le memorie di un Italiano " e tanto meno il suo 
autore, Ippolito Nievo.
E allora, va bene, se proprio dovremo arrivare a dimenticare anche Verga e De Roberto,
se, come  considero giusto, i ragazzi devono leggere gli autori contemporanei, perchè 
però si sceglie questa porcheria priva di valori morali e letterari?
Perchè non leggere grandi contemporanei come Andrea Giovene, Alessandro Spini, Eugenio Corti?
O per essere ancora più vicini ai ragazzi , il giovane Alessandro Mari con il suo
splendido " Troppo umana speranza" o, l'ancora fresco di stampa, " Gli alberi hanno il tuo nome "?
Non si può e non si deve uccidere così la letteratura, la scuola deve insegnare a scegliere nel mare magnum della nostra produzione letteraria le opere che veramente hanno un valore.
Scusatemi anch'io, in questo caso, sono oscurantista e anch'io ritirerei i miei figli da quella
scuola e non perchè sono omofoba, qui l'omofobia c'entra meno di niente, per quanto mi riguarda
vi garantisco che sarebbe la stessa cosa se il romanzo fosse incentrato su una storia etero.
In questo caso anch'io sto con i censori.


Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")